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VOLONTARIE RAPITE/ L’ex cooperante: Greta e Vanessa sole, cosa ci facevano lì?

Pubblicazione:domenica 10 agosto 2014 - Ultimo aggiornamento:domenica 10 agosto 2014, 11.51

Vanessa Marzullo (Foto da Facebook) Vanessa Marzullo (Foto da Facebook)

Sono sei anni che Matteo Ragni è rientrato in Italia – insieme alla moglie – dopo altrettanti in missione, in veste di cooperante Avsi, in Kosovo e Libano. Ma la voce non mente: quella fiamma giovanile che a vent’anni lo spinse a fare la sua piccola parte nell’emergenza umanitaria nei Balcani, non è spenta, anzi. Lo abbiamo contattato per farci raccontare la sua esperienza e commentare con lui il rapimento delle due volontarie italiane, sequestrate in Siria – nei pressi di Aleppo – da un gruppo armato. Vanessa Marzullo (20 anni) e Greta Ramelli (21), che proprio come Matteo è nata e cresciuta tra Comerio a Gavirate in proviancia di Varese. Vanessa e Greta, sostenitrici dei ribelli siriani, erano lì dal 28 luglio per seguire un progetto umanitario nel settore sanitario e idrico. E con quella voce Matteo, ripercorrendo le tappe della sua esperienze da cooperante professionista, non si spiega come due ragazze sole siano riuscite a penetrare in territorio siriano – praticamente off limits – in un momento come questo. Ma cosa ha reso così diverse l'esperienza di Matteo e di Greta di Gavirate, pur accomunate da un forte desiderio di aiutare il prossimo, e cosa ha impedito a questo amore per gli altri di diventare per Matteo intriso di ideologia e strumento di lotta politica?

 

Prima di parlare delle due volontarie italiani sequestrate, ci racconta il suo percorso personale: come si incanala, nella pratica, il “desiderio di aiutare”?

La mia esperienze personale è di aver avuto la fortuna di conoscere un insegnate delle superiori che, vedendomi soffrire incastrato in Università, con scarsi risultati e un fegato enorme per la fatica e le delusioni, mi ha dato la spinta. Non mi interessava quello che studiavo, non era quello che volevo fare: mi importava andare via (anche più banalmente da casa), seguire l’ideale di voler salvare il mondo. E lì parto come volontario…

 

E dove è andato?

Ho iniziato a vent’anni in Kosovo – dove sono rimasto per due anni per seguire progetti di sviluppo – subito dopo l’emergenza umanitaria. Poi son tornato in Italia per qualche mese, mi sono sposato e praticamente come continuazione del viaggio di nozze io e mia moglie siamo andati in Libano, terra stupenda e complicata. Ci siamo rimasti tre anni e lì, a migliaia di chilometri da casa, abbiamo iniziato la nostra vita matrimoniale. Mia moglie dice sempre che sa andare da Beirut a Damasco, ma non da Varese a Bergamo.

 

E Avsi?

Ho avuto una seconda fortuna: trovare un’organizzazione come l’Avsi, che mi ha formato professionalmente come cooperante (che è un lavoro). Dallo scrivere i report a utilizzare un inglese che non sia quello scolastico, dall’interfacciarsi con le istituzioni a imparare ad affrontare la fatica, il dolore e la morte. È un mestiere che ha delle regole e delle dinamiche. Per questo quando ho letto che le due ragazze italiane rapite in Siria – al di là della loro età, che è più o meno la stessa alla quale ho iniziato io – erano lì da sole, per di più in questo determinato momento, mi son chiesto chi possa averle mandate, come abbiamo fatto a finirci. Attualmente è complicato entrare in territorio siriano per gli stessi giornalisti.


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