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GIORNALISTA DECAPITATO/ James Foley: quando ero prigioniero in Libia recitavo continuamente il Rosario

Pubblicazione:mercoledì 20 agosto 2014

James Foley ucciso dai musulmani di Isis James Foley ucciso dai musulmani di Isis

James Foley, il reporter americano ucciso dai terroristi islamici, apparteneva a una famiglia profondamente religiosa. Il rapimento di cui è stato vittima in Siria e che lo ha portato alla morte, non era il suo primo rapimento. Durante la rivolta anti Gheddafi in Libia infatti era stato arrestato dai militari governativi a Tripoli insieme a una collega donna. In una lettera aperta inviata alla sua ex università dopo quell'esperienza, Foley racconta come durante la prigionia si scoprì a recitare il Rosario, una preghiera, dice, che cominciò a dire perché sapeva che sua mamma e sua nonna al suo posto avrebbero detto anche loro. "Dicevo dieci Ave Maria dopo ogni Padre Nostro. Mi ci voleva un sacco di tempo, almeno un'ora, per contare tutte e cento le Ave Maria, cosa che mi aiutò a tenere la mia mente concentrata durante la prigionia". Lui e la collega, dice ancora, pregavamo insieme a voce altra: ci dava forza gridare insieme la nostra debolezza e le nostre speranze, dice, come se stessimo conversando con Dio invece che in silenzio e da soli. Finalmente dopo essere stato portato in un'altra prigione ebbe la possibilità di telefonare a casa: "Sto bene, mamma, mi trattano bene, ho pregato affinché tu sentissi che stavo bene, hai sentito le mie preghiere?" le disse. La madre rispose che tutti loro pregavano per lui e che l'università di Marquette aveva indetto una veglia di preghiera per lui. "Hai sentito le nostre preghiere?" le chiese. Sì, rispose lui. Forse sono le vostre preghiere che mi stanno dando forza, aggiunse. Durante la sua ultima notte in carcere, conclude James, ebbe la possibilità di assistere via Internet alla veglia della sua università. Suo fratello tenne un discorso: "Fu il discorso più bello che un fratello possa fare per suo fratello. Fu un segno di quell'incredibile sforzo che tutti stavano facendo pregando per me". Concludendo: "Se non altro, la preghiera è stato il collante che ha permesso la mia libertà, una libertà interiore prima e dopo il miracolo di essere rilasciato nel corso di una guerra in cui il regime non aveva alcun reale incentivo per liberarci. Non aveva senso, ma la fede ha fatto tutto ".



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