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REPORTER DECAPITATO/ Sbai: tutta colpa dei "fratelli musulmani" di Obama

Pubblicazione:giovedì 21 agosto 2014

Barack Obama (Infophoto) Barack Obama (Infophoto)

Tutto ebbe inizio in quel famoso, ma non subito compreso a fondo, “discorso del Cairo” del 2009. Quando Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d’America, parlò apertamente di dialogo con i “nostri fratelli musulmani”. Fummo noi, in principio, a non capire. In quelle parole c’era un indizio che faceva la prova: fratelli, rimaneva solo da capire quali. A otto anni esatti dall’11 settembre, gli Stati Uniti volgevano il loro sguardo verso quella parte di mondo musulmano che fino ad allora era stata nel mirino e che occorreva sdoganare per dare il via ad una serie di sconvolgimenti a breve termine, di cui molte volte abbiamo parlato. Da quel giorno e fino alle rivoluzioni conosciute come “primavera araba”, i moderati divennero i cattivi, sui media e nell’opinione pubblica, i discriminatori e i malvagi censori della libertà religiosa, mentre gli estremisti divenivano improvvisamente i portatori del seme del progresso e dell’integrazione fra i popoli. 

Una propaganda ad hoc che preparava alle fallite rivoluzioni, con le quali gli Usa e parte dei poteri europei tentarono, sostenuti dalle monarchie del Golfo, di rovesciare lo status quo nordafricano e mediorientale, ponendo a capo dei governi arabi esponenti dell’estremismo organizzato, finora al confino.

Quel che accadde allora e quel che accade ancora oggi è cosa nota. L’Egitto che si rivolta a milioni in piazza contro Morsi che viene destituito, la Libia in preda al caos e agli scontri fin dall’assassinio di Gheddafi, la Siria che vede la vittoria di Assad e la sconfitta degli integralisti, che in massa si riversano verso l’Iraq. Un quadrante devastato dalle mire espansionistiche di alcuni Paesi, forti del silenzio-assenso del mondo arabo, di quel mondo arabo moderato che ha dovuto tacere per non finire nel tritacarne.

Oggi siamo alle prese con l’Isis, con il califfato di Abu Bakr Al-Baghdadi, nuovo principe del terrore dopo Osama bin Laden. Siamo alle prese con un’entità che ai più è parsa astratta fino al momento in cui, dopo le denunce ripetute nostre e di tutta la galassia moderata europea e araba, le lame hanno iniziato a tintinnare e a sporcarsi del sangue di innocenti che avevano la sola colpa di abitare in un Iraq dilaniato o di essere parte di una tribù considerata “infedele”, come gli Yazidi, oggi praticamente sterminati.  O di essere cristiani, a cui rimane la scelta fra la fuga nel deserto o la morte.

La diffusione del video della decapitazione del reporter americano James Foley, rapito da due anni e falsamente descritto in mano all’esercito regolare siriano, è un segno che la situazione sta divenendo difficilmente gestibile. I raid americani servono a poco, gli aiuti tamponano un disastro umanitario ormai conclamato. Il sostegno dei Peshmerga ha fatto molto ma serve qualcosa di più. 


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