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Esteri

L'INTERVISTA/ Pizzaballa: Iraq e Terra Santa, senza perdono non c'è giustizia

Papa Francesco durante l'ultimo viaggio in Terra Santa (Infophoto)Papa Francesco durante l'ultimo viaggio in Terra Santa (Infophoto)

Un cristiano sa molto bene che la realtà non è vista nella sua verità completa se non è messa in relazione a Cristo. Chi lo dimentica e vuole giudicare i discorsi o le affermazioni del papa solo in chiave politica, o sociale, o mediatica va totalmente fuori strada. Ciò detto, i politici devono fare la loro parte.

Nemmeno Francesco si è mosso in ritardo rispetto a quanto accadeva?
Se c'è qualcuno che ha parlato da religioso del problema del Medio oriente, non solo dal punto di vista dei cristiani, ma anche del dramma umanitario che è in corso, è stato proprio il papa. Quelli che lo accusano − politici, analisti, organismi internazionali − forse sono loro che avrebbero dovuto muoversi per tempo. Il papa non ha divisioni da mandare e d'altronde non ci vuole il consenso del papa per andare in Iraq.

Di fronte al dramma in corso in Iraq e Siria e all'estrema violenza delle persecuzioni, non le sembra che si stia avverando la diagnosi di Samuel Huntington, quella dello "scontro di civiltà"?
No. Vede, lo sguardo che dobbiamo avere su quanto accade ha sempre bisogno di essere redento, non può fare a meno della Provvidenza. La barca di Pietro è sempre sballottata dalle onde, e c'è sempre qualcuno − anche sulla barca − che crede di sapere meglio cosa fare. Ma il cristiano sa molto bene che il male non è l'ultima parola del mondo e che anche se Satana dà battaglia, non può comunque vincere. No, non possiamo cedere a logiche di contrapposizione. Mai.

Quindi l'idea di uno scontro tra cristianesimo e islam…
Viene da uno schema prettamente politico, non religioso, dunque sbagliato o comunque incompleto e strumentale a contrapposizioni di cui si cercano le conseguenze sul piano delle decisioni politiche. Non credo che sia compito né del papa, né della Chiesa entrare in questo ambito. Compito della Chiesa è educare, ed educare all'accoglienza dell'altro. Ci sono cose, come il valore della vita, sulle quali non si può discutere. Per questo a nessuno dev'essere concesso di tagliare le teste. Questo deve essere detto con chiarezza, e se possibile, evitato, senza cercare però lo scontro, né culturale, né religioso, né civile.

Lei sarebbe favorevole, anche tenendo conto delle parole di papa Francesco, all'intervento di una coalizione o di alcune forze occidentali per fermare i persecutori?
Le aggressioni devono essere fermate, con i fanatici non credo proprio che si possa parlare. Il punto è che la forza, da sola, al di fuori di una prospettiva e di un contesto di costruzione, non risolve il problema.

Questo cosa significa?
Che bisogna pensare non soltanto a come fermare i violenti, ma anche a che cosa fare dopo. 

Nelle sue parole c'è una critica implicita a tutti i tentativi di esportare la democrazia, come è stato fatto in Iraq per dieci anni?