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L'INTERVISTA/ Pizzaballa: Iraq e Terra Santa, senza perdono non c'è giustizia

Pubblicazione:domenica 24 agosto 2014 - Ultimo aggiornamento:lunedì 1 settembre 2014, 0.30

Papa Francesco durante l'ultimo viaggio in Terra Santa (Infophoto) Papa Francesco durante l'ultimo viaggio in Terra Santa (Infophoto)

La guerra in Terra santa continua senza sosta. Lo stesso accade in Siria, ancor di più in Iraq, dove il califfato avanza nel sangue delle vittime. Di ritorno dal viaggio apostolico in Sud Corea, papa Francesco ha esortato a fermare "l'aggressore ingiusto", senza per questo fare guerre di conquista, in una logica di scontro di civiltà, di contrapposizione totale. Quella che, a giudicare dal dibattito su ogni parola detta e non detta dal papa, in occidente molti sembrano auspicare. Ne abbiamo parlato con Pierbattista Pizzaballa, francescano custode di Terra santa, che oggi parlerà su "Il potere del cuore. Ricercatori di verità", titolo dell'incontro inaugurale del Meeting di Rimini.

Il papa, tornando dalla Corea, ha detto che la preghiera per la pace con Abu Mazen e Shimon Peres non è stata un fallimento. Lei ne convinto?
Certamente. Non si può misurare l'efficacia della preghiera come se fosse un prodotto da mercato. La preghiera ci immette in una dimensione diversa, non misurabile. Anzi, proprio quella preghiera è stata un segno molto potente, un segno che ci indica che il Medio oriente non è solo distruzione ma anche, se lo si vuole, capacità di dialogo e di incontro.

Dice così anche se la "porta aperta" da Francesco sembra chiudersi ogni giorno?
La porta è aperta, è il fumo delle bombe che non permette di vederla. Quella porta non sarà mai chiusa. Ci sono le bombe e le persecuzioni, ma ci sono anche tante persone che lavorano per la pace. Non si deve leggere la realtà guardando soltanto a questo momento, occorre farlo con la prospettiva più ampia della fede.

Di fronte a una tregua che continua a saltare e ad una pace che non si vede, lei quali sentimenti ha?
Capisco che si sia attoniti di fronte a questa violenza, ma sappiamo che prima o poi finirà. Quello che preoccupa di più, e lo dico in modo volutamente pardossale, non è tanto la violenza di questo momento, ma l'odio e il rancore che essa crea. Proprio per questo quel gesto di preghiera è stato importante, perché ci indica la via da seguire dopo che questa fase violenta sarà finita.

Poco più di un anno fa papa Francesco scongiurava l'attacco alla Siria. Oggi, per aver chiesto un intervento dell'Onu, è accusato di essersi mosso in ritardo, di invocare un intervento su basi fragili, perfino di "buonismo". Lei cosa dice?
Sono sciocchezze. Innanzitutto il papa non è un leader politico e non fa dichiarazioni politiche. Poi non ha detto nulla di nuovo rispetto alla dottrina della Chiesa per quanto riguarda l'intervento armato. Buonista? Come leader religioso, dà prospettive e sostiene come nessun altro i fedeli nell'affrontare una situazione così drammatica.

Ma qual è il punto di vista della fede?


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