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L'INTERVISTA/ Mons. Tomasi: Iraq, nessuno usi la fede per fare politica

Mons. Silvano Maria Tomasi (Immagine d'archivio) Mons. Silvano Maria Tomasi (Immagine d'archivio)

Il forte richiamo di papa Francesco alla comunità internazionale di fermare l'aggressore ingiusto ha radici sicure nella dottrina sociale della Chiesa. La tragedia inaudita di cristiani crocifissi, sgozzati, forzati a scappare dalle loro case e proprietà, dai villaggi in cui sono vissuti da 1700 anni; le immagini di teste di cristiani decapitati infilzate su uncini come decorazione, segni di inumana barbarie, evidenziano il dovere di proteggere. I Patriarchi delle Chiese orientali domandano alla comunità internazionale un'azione efficace che disarmi l'aggressore, assicuri il ritorno dei rifugiati e garantisca sicurezza fin tanto che il governo nazionale non sia in grado di farlo. La comunità internazionale si è data dei meccanismi per rispondere ad emergenze come quella che vediamo nel nord dell'Iraq e la carta delle Nazioni Unite li descrive. La Chiesa è la voce della coscienza...

 

Questo cosa implica?

Le modalità per attuare anche con l'uso della forza la protezione di queste persone che sono vittime di purificazione religiosa, a rischio di genocidio, dovrà essere determinata dagli Stati appunto non individualmente ma attraverso una decisione collettiva e che includa anche i Paesi della regione. La situazione è molto complessa. Ma la protezione dei diritti fondamentali di decine di migliaia di persone a rischio non può essere ignorata. Non si tratta di un problema di cristiani e jazidi o di altri gruppi religiosi, ma di persone che sono membra della stessa famiglia umana con pari dignità che tutti. Esauriti senza risultato gli sforzi di dialogo, negoziato, magari anche dell'imposizione di sanzioni, diventa un dovere intervenire con altri mezzi purché ne risulti un bene maggiore del male che si vuole eliminare. Certo, quanti forniscono armi, denaro, appoggio politico, mercenari, al cosiddetto califfato non possono sentirsi estranei ai crimini che esso commette mentre cerca potere attraverso un'ideologia espressa con vocabolario religioso. Occorre fermare il commercio delle armi e la loro produzione. Non mi pare che ci sia un cambiamento sostanziale nella dottrina della Chiesa. Il dovere di proteggere viene dal fatto che siamo un'unica famiglia umana e che ogni persona ha uguale dignità. Si tratta di una base teologica niente affatto relativa e da cui derivano chiari diritti e doveri.

 

Lei registra sul punto una differenza di ispirazione tra Giovanni Paolo II e Francesco?

Giovanni Paolo II ha articolato in varie occasioni il suo insegnamento sul dovere di proteggere e fermare l'aggressore ingiusto. È una forma di solidarietà che deriva, a me pare, e come dicevo prima, dall'unità della famiglia umana la cui realtà precede le frontiere nazionali. La prospettiva da cui partono sia papa Giovanni Paolo che papa Francesco è quella delle vittime innocenti la cui salvaguardia per varie ragioni non viene garantita dal loro governo e che si confrontano con un pericolo immediato e grave. L'appello accorato del papa a fermare la mano omicida  è la voce dei senza voce che ricorda alla comunità internazionale la sua responsabilità. Toccherà quindi a questa comunità prendere quelle misure che sono adeguate per proteggere e ristabilire la pace.

 

Secondo lei è in atto un fenomeno di "scontro di civiltà" in Medio oriente e in particolare in Iraq? Perché?