BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Esteri

DIARIO ECUADOR/ Amparito e le altre, il dono di incontrare (di nuovo) il cristianesimo

Il quartiere di Pisulli a Quito, in Ecuador (Immagine d'archivio)Il quartiere di Pisulli a Quito, in Ecuador (Immagine d'archivio)

Tutto per me, lì, incontrandole, iniziò a cambiare. Ricordo un giorno che un nostro grande amico venne a visitarci a Pisulli per conoscerle (allora eravamo solo 5, adesso siamo 40 e quasi tutte donne del quartiere con storie dolorose e drammatiche alle spalle); Carras (questo il nome di quell'amico) iniziò a parlare di Gesú e della vita e loro sembravano capire, rimanevano stupite e facevano domande. Io alla fine di quell'incontro mi sono avvicinata e gli ho detto "Guarda, Carras, io non ci posso credere che loro possono capire e vivere lo stesso che vivo io, vedi loro non hanno studiato, sono un po' sentimentali e noi invece cosí attaccati alla ragione e di pochi sentimenti, e poi qui in Ecuador la vita é cosí diversa…". Ma lui mi guarda e mi dice "Guarda Stefi, queste persone sono come i primi che incontrarono Gesú, erano pescatori, non avevano studiato, ma la loro vita era cosí piena di dramma che avevano bisogno di quell'Uomo per vivere. Magari non capivano tutte le parole che Lui diceva, ma alcune di quelle parole rimanevano fisse nella loro testa ed erano sufficienti per illuminare tutta la loro vita". 

Io sono stata fulminata da quel breve dialogo e lì ho iniziato a capire che c'era qualcosa di nuovo ed importante da scoprire per la mia vita e il mio lavoro. Cioè la competenza che avevo, le conoscenze, l'esperienza che avevo accumulato, le risorse materiali a disposizione non erano piú sufficienti per spiegare la mia presenza lì; e non era neanche la cosa più importante. Ho iniziato a stare con quelle donne con il desiderio di imparare da loro, perché vedevo che in loro c'era un coscienza del bisogno (non solo materiale ma interiore), una umiltà e un desiderio di imparare tutto (dal lavoro alla vita tutta), un senso drammatico della vita (con insieme un gran senso del sacrificio) e una semplicità nel riconoscere il vero quando glielo si metteva davanti, che io non avevo. 

Insomma, come una genuinità dell'umano che risplendeva davanti ai miei occhi ma che forse (pensandolo bene adesso) aveva bisogno di essere tirato fuori, cioè aveva bisogno di essere come più cosciente in loro, in quelle donne, ed io per quello che avevo incontrato e mi era stato dato nella vita − il cristianesimo in un forma viva e che c'entrava con la vita − potevo aiutare a farlo, potevo cioè aiutarle ad essere più coscienti della loro umanità e della loro grandezza che era tutta dentro di loro, perché il valore è dentro di noi, non è fuori e non dipende da quello che abbiamo. Ma la scoperta piú grande per me di quei primi mesi è stato l'accorgermi che quello che avevo incontrato io, il cristianesimo in una forma viva, ancora non lo possedevo, non era totalmente mio. 


COMMENTI
29/08/2014 - Testimonianza (Luca Ribolini)

Grazie, Stefania. Luca Ribolini