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Esteri

IL CASO/ Jihadisti in Veneto? Sono molti di più quelli che sbarcano in Sicilia...

SOUAD SBAI commenta la vicenda dei cinque presunti reclutatori di jihadisti in Veneto. In raltà, ora come non mai, il pericolo viene dalla frontiera mediterranea

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Rischierò di apparire in qualche modo impopolare, cosa che peraltro non mi riesce molto difficile finendo però spesso per aver ragione, se dico che l’indagine sui cinque presunti “reclutatori” di jihadisti che si sta conducendo in Veneto non mi lascia per nulla stupita.

C’è una larga fetta di società civile musulmana moderata che da oltre dieci anni denuncia senza sosta la presenza del jihadismo in Italia; non è dunque corretto pensare che oggi si sia fatto chissà quale passo in avanti, visto che arresti, perquisizioni e sequestri si susseguono, nella galassia jihadista nostrana, da molti e molti anni. Nomi, cognomi, luoghi e obiettivi sono ben noti a chi ogni giorno monitora la rete e “bazzica”, come si dice a Roma, nei ritrovi abituali di certi ambienti.

Non nego che la sensazione suscitata dal sapere, o meglio dal ricordare, che in Italia il jihadismo è presente faccia molto umore, soprattutto mentre nel mondo islamico si abbatte la tempesta dell’Isis e del Califfato di Al Baghdadi che mette a rischio gli equilibri di tutto il Mediterraneo e dell’Europa stessa. Ebbi a parlare di queste vicende anche in altri pezzi su questo giornale, dicendo a chiare parole che l’integralismo jihadista non ha mai fatto mistero di essere ormai fra di noi, di essere parte integrante del nostro tessuto connettivo. Di essere uno dei tasselli di cui la nostra società si compone. Dalla Calabria alla Puglia, passando per il Veneto e la Sicilia, dove viene scoperto una sorta di “campo di addestramento” nei pressi di Catania, il jihadismo militante e proselitista c’è, esiste e sarebbe il caso di smetterla con il buonismo suicida di chi vede ma non denuncia perché altrimenti qualcuno si offende.

Non è certo stata la decapitazione del povero James Foley da parte di un ragazzo nato e cresciuto in Inghilterra e ora arruolato nell’esercito terrorista dell’Isis a farci scoprire che le seconde generazioni, in Europa e in Italia, sono le peggiori armi di autodistruzione della società che il jihadismo ha nelle sue disponibilità dietro la porta di casa nostra. C’è però la sensazione, e questo va sottolineato, che dopo le note vicende giudiziarie che hanno riempito le cronache di questi anni, il caso di Abu Omar su tutti, ci sia una certa ritrosia, quasi per timore di finire in un tritacarne dal quale si esce profondamente segnati. Come se si pensasse che chi tocca un certo ambiente legato all’Islam più integralista ne paga prima o poi le conseguenze.