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EBOLA/ Dalla Sierra Leone: "La gente ha paura, scappa dagli ospedali e si nasconde nei villaggi"

Pubblicazione:martedì 5 agosto 2014 - Ultimo aggiornamento:martedì 5 agosto 2014, 11.16

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Insieme a queste misure specifiche, continuano le campagne di sensibilizzazione attraverso la radio, la televisione, incontri e seminari in luoghi pubblici, interventi durante assemblee (nelle chiese, nelle moschee e nelle scuole). Anche AVSI, da parte sua si sta muovendo in queste attività di sensibilizzazione, distribuendo nelle scuole in cui opera con il sostegno a distanza, materiale informativo messo a disposizione dal Ministero della Sanità, organizzando momenti di sensibilizzazione delle comunità locali, come ad esempio in occasione della distribuzione delle pagelle nelle scuole Holy Family di Mayenkineh e di Tabai. AVSI non ha personale medico a disposizione nel paese e al momento svolge solo attività in campo educativo concentrate soprattutto nella capitale Freetown, dove attualmente è stato confermato un solo caso di Ebola (in precedenza vi era stato il caso di un cittadino di origine egiziana affetto dal virus, ma proveniente dal distretto di Kenema e immediatamente riportato nell’ospedale della provincia). E’ infatti di pochi giorni fa la notizia di una donna che era stata ricoverata in un ospedale della capitale e che, in attesa dei risultati di laboratorio che avrebbero poi confermato l’infezione, è stata portata via dall’ospedale dai suoi famigliari. Purtroppo sono proprio questi i problemi più grossi che il paese si trova ad affrontare: la mancanza di fiducia da parte della popolazione negli istituti medici e nel governo è talmente forte che spinge molti ad evitare di prendere contatto con i medici in caso di sintomi della malattia, a fuggire dagli ospedali non appena venga confermata la diagnosi, a nascondere le persone infette nelle case e nei villaggi, aumentando così il rischio di contagio e la diffusione della malattia.

Sembra infatti essere proprio questa una delle maggiori cause della diffusione dell’epidemia insieme alla paura per una malattia per cui non esiste una cura. Soprattutto nelle zone rurali e nei villaggi, la popolazione fatica a mettere da parte credenze e pratiche tradizionali, come quelle che riguardano la sepoltura dei cadaveri (il virus ha un’alta probabilità di essere trasmesso anche da una persona deceduta). Inoltre, nella mentalità delle popolazioni rurali gli ospedali sono spesso percepiti come luoghi di morte e non di cura e dunque si preferisce far curare i propri cari dallo “stregone” locale. E’ forse a partire da queste credenze che in alcune aree si è diffusa la voce che addirittura l’Ebola non esista e che sia solo un’invenzione del governo per far fuori oppositori politici e per attrarre i finanziamenti internazionali.

Al di là delle accuse che alcuni fanno al governo e ad alcune organizzazioni di aver diffuso un messaggio troppo intimidatorio che ha spaventato la popolazione, resta chiaro il fatto che, oltre agli indispensabili aiuti internazionali in termini di medicinali e soprattutto di personale qualificato e sostegno logistico, è necessario un miglioramento nelle modalità informative e di sensibilizzazione. Da questo punto di vista è indiscutibile il ruolo che possono e devono svolgere le organizzazioni locali e internazionali e la società civile che hanno contatti diretti e reali con le popolazioni locali. La recente dichiarazione congiunta dei leader religiosi del paese sia di fede cristiana che musulmana nel diffondere un messaggio di chiarezza sull’esistenza e la pericolosità del virus, l’invito alla preghiera e al digiuno, è di grande aiuto dato il ruolo che essi svolgono e la loro presenza nelle comunità. Infatti, non è sufficiente la diffusione di messaggi informativi, serve una presenza costante fra la gente che possa sfondare il muro della diffidenza e della paura. Questo è ciò che anche noi di AVSI insieme al partner locale FHM, stiamo cercando di fare coinvolgendo il nostro staff locale in attività di informazione e sensibilizzazione delle comunità in cui vivono. Nel caso poi l’epidemia dovesse diffondersi nelle aree in cui operiamo, prepareremo lo staff a svolgere un’attività di “contact tracing” cioè di individuazione delle persone con cui i malati sono entrati in contatto e che quindi potrebbero aver contratto la malattia. In questa attività, fondamentale per limitare il diffondersi dell’epidemia, è necessario rassicurare le persone sulla bontà delle nostre azioni e soprattutto sulle possibilità di guarigione, non bisogna infatti dimenticare che il virus in quest’area si presenta con un tasso di mortalità del 60% e non del 90% come in precedenti epidemie di Ebola.

 

(Nicola Orsini)


 



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