BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

UCRAINA E IRAQ/ La soluzione delle crisi sta negli oleodotti

Obama, tra l'area del Pacifico e quella mediterranea, ha scelto di dare priorità alla prima. Per questo tocca all'Europa muoversi. Ma è in grado di farlo? E cosa dovrebbe fare? ROBI RONZA

Infophoto Infophoto

Che gli Stati Uniti del presidente Obama non abbiano alcuna chiara strategia riguardo non soltanto alla Siria ma a tutto il Vicino e Medio oriente è un dato di fatto. Non c'era bisogno per questo che Obama lo ammettesse. Lo si vedeva già ad occhio nudo. Riguardo alla crisi ucraina invece una strategia ce l'ha, ma non c'è ragione di compiacersene: nella misura infatti in cui influisce sulla situazione essa gioca contro l'interesse europeo (che non è quello di costruirsi un altro Medio oriente alle porte di casa).

È una… distrazione, quella di Obama, non priva di ragioni soggettive, che però sono comunque meno importanti di quelle obiettive. Giunti alla fase argentea della loro età imperiale, gli Stati Uniti non sono più in grado di garantire quella medesima forte presenza in ogni angolo dello scacchiere mondiale che era loro possibile nella fase aurea. Dovendo perciò scegliere se dare priorità all'area del Pacifico o a quella dell'Atlantico/Mediterraneo molto probabilmente qualunque presidente americano sceglierebbe per la prima, che agli occhi di Washington è quella di maggiore importanza relativa. Occorre perciò che a tale disimpegno corrisponda un proporzionale maggior impegno europeo. È un onere che l'Unione europea sarebbe in grado di assumersi, se essa non fosse l'esito fallimentare di un progetto sbagliato. Se non si basasse su un trattato, quello di Maastricht, predisposto a misura dell'Europa occidentale prima che cadesse il Muro di Berlino, e poi giunto alla ratifica quando il Muro era caduto, gli equilibri alla scala mondiale erano mutati completamente e l'Europa orientale era ricomparsa sulla scena. Ciononostante non si ebbe il coraggio di buttare nel cestino tutto il lavoro fatto e ricominciare da capo. Purtroppo non lo si fece allora, ma se non si vuole andare incontro alla catastrofe lo si dovrà fare adesso. 

In questa situazione ciò che deve far paura, e cui dunque occorre porre al più presto rimedio, non è tanto la posta in gioco, impegnativa ma non impari, quanto piuttosto l'attuale incapacità dell'Europa politica a far fronte ai nuovi compiti che gravano su di essa a seguito del crescente disimpegno degli Usa dallo scacchiere euro-mediterraneo. Proviamo ciononostante a immaginare che cosa l'Europa potrebbe fare di positivo nel Levante o rispettivamente nel caso della crisi ucraina. 

In entrambi i casi si tratta di aree cruciali per il nostro rifornimento energetico. Sia ben chiaro: non per questo siamo con le spalle al muro. Se infatti l'Europa ha assolutamente bisogno di comprare idrocarburi, la Russia e il Medio oriente hanno assolutamente bisogno di venderli. E i Paesi, attraverso cui i gasdotti e gli oleodotti transitano, hanno assolutamente bisogno delle entrate che da tale transito ricavano. Stando così le cose, occorrerebbe una politica comune in campo energetico orientata a una gestione di tale interscambio conveniente per tutte le parti in causa.