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DIARIO ARGENTINA/ 2015, la fine del tunnel che può "liberare" il Paese

Pubblicazione:martedì 16 settembre 2014

Cristina Kirchner (Infophoto) Cristina Kirchner (Infophoto)

Ovvio che il Governo sia preoccupatissimo per due motivi: in primis, perché, proseguendo nell’economia improvvisata del Ministro Kiciloff, l’Argentina passa da un errore all’altro peggiorando una situazione già catastrofica (l’indice di inflazione aumenta di due punti giornalieri); poi, perché i fondi americani (avvoltoi e non) hanno scoperto l’esistenza di ben 143 società fantasma, localizzate tra la Pennsylvania e il Texas, tutte a nome di Lazaro Baez, l’ex impiegato di banca che si è trasformato in uno dei personaggi più ricchi dell’Argentina perché è il gestore dell’immenso patrimonio dei Kirchner, gran parte del quale diviso in imprese offshore operanti oltre i confini nazionali…

Ora è lapalissiano che, rifacendosi su quest’Eldorado localizzato negli Usa, si arriverebbe all’assurdo (ma in verità moltissimi ci sperano) che parte del debito dei tango bond verrebbe pagata proprio dai Kirchner. Si tratterebbe della prima vera e unica manovra patriottica, nazionale e popolare del loro ultradecennale potere.

Il problema che si pone ora è sapere se questo Governo, che nonostante controlli la giustizia e gran parte dei media a suo piacimento non riesce a nascondere gli scandali che quotidianamente scoppiano, resisterà fino al 2015, anno delle elezioni, oppure se le gravissime condizioni in cui versa l’Argentina lo costringeranno a dimettersi. In ambedue i casi chi succederà a Cristina erediterà un Paese sul lastrico, nel quale serviranno manovre coraggiose ma anche un deciso cambiamento che possa finalmente portarlo a godere delle immense ricchezze che possiede.

Questa volta pare proprio che sia quella buona perché quelle dell’ottobre 2015, saranno le prime elezioni presidenziali da quando al Soglio di Roma c’è Monsignor Bergoglio, ora Papa Francesco. Difficile non pensare a Papa Wojtyla e l’influenza sul destino della “sua” Polonia. È chiaro che qui non c’è da abbattere nessun Muro di Berlino, ma un altro muro, forse peggiore: quello della politica al servizio di pochi, dove la corruzione è altissima, la giustizia non opera e la vita normale di tutti i giorni diventa una sfida vissuta con la paura di rischiarla a ogni angolo di strada, dove una gioventù ha ben poche prospettive e viene allettata da una delinquenza alla quale, complici anche eminenti politici governativi e non, si è aggiunta la piaga di un narcotraffico che se continuasse trasformerebbe l’Argentina nella Colombia degli anni Ottanta.

E quindi una situazione gravissima, calcolando anche che nel contesto latinoamericano paesi come Cile, Colombia, Perù, Ecuador, per non parlare di Brasile e dell’Uruguay che hanno fatto da battistrada, stanno emergendo economicamente e uscendo in alcuni casi dalle crisi che li coinvolgevano. Questo grazie sopratutto a due fattori: in primis, la coscienza che le grandissime risorse del continente latinoamericano possano garantirgli un futuro radioso solo se, a livello interno e con gli altri paesi del continente, si instaurano politiche comuni ma sopratutto al servizio della gente, combattendo la povertà che pareva endemica di una larga fascia delle popolazioni; poi, altra cosa importante, il dialogo interno teso al raggiungimento degli scopi, fatto che impone piani quinquennali che possono essere gestiti da schieramenti anche ideologicamente differenti ma che devono costituire un elemento comune.


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