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PAPA IN ALBANIA/ Francesco benedice la fede "rinata" dalle macerie dell'odio

Pubblicazione:lunedì 22 settembre 2014

Papa Francesco (Infophoto) Papa Francesco (Infophoto)

 84 anni di sofferenza, tra stanze di isolamento, torture fisiche, prigionia in miniera e lavori forzati, nei canali melmosi. 84 anni a gridare "Viva Cristo, viva la Chiesa" in faccia agli aguzzini, celebrando la messa in latino a memoria, pregando per i propri carnefici e contando gli amici ammazzati dall'odio di stato.

E poi le lacrime per suor Marije e la sua esistenza spesa in attesa di vestire l'abito da Stigmatina, battezzando tutti quelli che poteva, lei, nipote di un prete, consacrata nel cuore e operaia nelle cooperative. Una che ad 85 anni davanti al Papa in persona si è chiesta come ha potuto fare a superare anni di persecuzione e paura, con il Santissimo nel cassetto del comodino di casa e le scarpe di plastica come aquasantiere.

Francesco li ha quasi stritolati in un abbraccio mentre cercava di nascondere il volto tra quelle ossa di vetro, i crani canuti, l'essenzialità di chi ha perso giovinezza, forza, ricordi forse, ma mai la fede. Testimoni viventi del tempo del martirio, residui di una stagione durata decenni che ha lasciato ferite, dopo aver spolpato il cuore dell'Albania. Loro i martiri, campeggiavano lungo il boulevard Deshmoret e Kombit, volti di sacerdoti, religiosi e giovani ragazze, come Maria Tuci, assassinati dal regime comunista e dalla follia di Hoxha, in una delle persecuzioni più crudeli e sistematiche compiute nel 900. E Papa Francesco li ha visti, ha scrutato i loro sguardi fermi, inspostabili, totalmente concentrati in Cristo, ragione unica di vite finite con una pallottola in corpo. Anche loro erano parte del popolo albanese, resistenza attiva contro chi voleva eliminare Dio dal paese delle Aquile. Strano animale l'aquila, imperatrice dei cieli, vola alto ma torna sempre al nido.

Lo ha ricordato Papa Francesco, durante la sua omelia nella piazza intitolata all'altro orgoglio nazionale, Madre Teresa. Il popolo albanese ha sofferto, non si è piegato, si è "sollevato su ali di aquila" come Israele, e oggi racconta al mondo una storia diversa, fatta non di rancore o vendetta, di vincitori e di vinti, ma di convivenza possibile, di rispetto e dialogo. Un popolo bello, quello albanese, che è stato capace di perdonare e di proporre al mondo un modello di collaborazione tra le diverse fedi, una pace costruita sull'accettazione della diversità, sul riconoscimento della libertà religiosa come valore supremo ed inestirpabile, sul dolore vivificato dalla fede e reso fecondo dal perdono. Una civiltà che ha rischiato di perdere Dio per sempre e che oggi non si sognerebbe mai di farne la bandiera sotto cui giustificare violenza, terrore o azioni contrarie alla dignità dell'uomo. Papa Francesco l'ha capito, ed è andato in Albania per indicare all'Europa e al mondo un laboratorio per il futuro. Non periferia, ma stazione di partenza per una umanità migliore.



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