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Esteri

PAPA IN ALBANIA/ Francesco benedice la fede "rinata" dalle macerie dell'odio

Papa Francesco ha ascoltato tra le lacrime le testimonianze di una suora e di un sacerdote reduce dalle prigioni del regime. CRISTIANA CARICATO commenta la visita in Albania del Pontefice

Papa Francesco (Infophoto)Papa Francesco (Infophoto)

Erano concentrati lungo tutto il tragitto, ammassati alle transenne nuove di zecca, sui muri in cemento, teste in gran parte rasate, gli uomini, cariche di figli le donne. Volti ancora scavati dall'umidità e dalla sofferenza vecchia di anni, con gli occhi immensi e spalancati, qualche brand cucito addosso, e l'aria di chi ancora non si è scrollato la povertà e la paura dalla pelle. Albanesi. Non poi tanto diversi da quelli che abbiamo imparato a conoscere nelle immagini degli anni 90, passate dai tg o dalla maestria di qualche artista impegnato.

Albanesi, sì, ma nella propria terra, dove volano le aquile e si ricostruisce l'umano. Dopo 46 anni di ateismo di stato, la giovane democrazia albanese alle prese con il desiderio d'Europa, ha accolto il Papa latino americano, pellegrino per le periferie del mondo, consolatore di popoli afflitti, testimone del Vangelo della Misericordia. Se bisogna indicare un protagonista delle 11 ore passate da papa Francesco in Albania, meta unica del suo quarto viaggio apostolico internazionale, si deve guardare a quel popolo che si è riversato indistintamente per le strade di Tirana, attento ed emozionato, quasi immobile nel rispetto per l'ospite.

C'erano tutti: musulmani e cristiani, anziani e bambini, giovani e migranti di ritorno. Nessuno ha voluto mancare l'appuntamento con la Storia, ma anche con un uomo vero, semplice, "uno che ci somiglia, perché ha conosciuto la valigia e la povertà come noi" raccontava un abitante di Tirana, in italiano dagli accenti veneti. Perché la cosa bella di questa città, che ricorda certa provincia italiana di architettura fascista, è che tutti ti fanno sentire a casa, parlando la lingua imparata dalle televendite italiane o i dialetti dei distretti industriali del belpaese. Tutti presenti come ad una festa patronale, timidi nella propria inadeguatezza, commoventi nel desiderio di mostrare tutta la bellezza e la dignità di cui possono essere capaci. Il giovane presidente musulmano era talmente emozionato da balbettare quasi, nel palazzo presidenziale tirato a lucido, accogliendo il pontefice. Bujar Nishami, che pure vanta un curriculum di tutto rispetto, sembrava un bambino accanto a Francesco, contento come sempre di vedere una nazione in festa. Bujar con la sua fronte imperlata di sudore, il sorriso reverenziale, i gesti imbarazzati, eppure solleciti ed accoglienti, era il simbolo di una nazione compita, giovane alle libertà, scavata dal dolore, rispettosa dell'altro e del diverso, onorata da una visita che ha omaggiato la periferia d'Europa e la sua storia. Una nazione che si è ammazzata di fatica, come secoli malvagi le hanno insegnato a fare, per presentarsi al meglio e abbracciare a dovere il successore di Pietro.

Dirette continue dei principali network, sicurezza moltiplicata, potenziamento delle reti di comunicazione, folla oceanica per le vie principali della capitale. Un paese in festa, finalmente "normale", che ha lasciato parlare la memoria viva, i vecchi e ha fatto piangere il Papa. Lacrime di condivisione. Lacrime sante. Per lo straccio di vita di don Ernest, prete fragile e fortissimo.