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STATO ISLAMICO/ Dietro ci sono i soldi e le strategie (sporche) di Arabia e Qatar

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La strategia dei sauditi, dunque, è costretta a cambiare e l'alleanza con gli Usa e la coalizione anti-Isis in Iraq né è la testimonianza più evidente. Per i sauditi il dialogo con chi vuole appropriarsi dell'islam mondiale e delle sue risorse non è più possibile, soprattutto perché il pensiero di un attacco jihadista salafita di Baghdadi, che prenderebbe il Paese in due settimane, è ricorrente e così succede che "il nemico del mio nemico, diventa mio amico". Difendere la propria casa, la supremazia nell'islam mondiale e soprattutto le fonti energetiche. 

Il Qatar mantiene ancora, ad oggi, una posizione più sfumata e prosegue nell'attività di sostegno ad Isis e ai movimenti integralisti in genere, ma la situazione potrebbe cambiare da un momento all'altro, qualora da Mosul dovessero arrivare segnali preoccupanti. 

Quello che soggiace al sostegno alle primavere e ad Isis è un intrigo internazionale dai mille risvolti e dalle mille sfaccettature, che coinvolgono anche il Paese che più di tutti è cerniera fra Occidente e Oriente, ovvero la Turchia di Erdogan. Che ha permesso il passaggio di jihadisti e petrolio da una parte all'altra prima della chiusura di una frontiera che definire colabrodo è dire poco: lì si giocano tutte le strategie, dell'Isis, dell'Arabia Saudita e del Qatar, oltre che dell'Europa, che si trova con il nemico dietro la porta - come testimonia la decapitazione di Bourdel in Algeria - ma ancora non comprende come solo da una efficace e decisa politica internazionale nei confronti dei partners arabi non moderati potrà derivare l'incremento della sua sicurezza globale. 

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