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Esteri

STATO ISLAMICO/ Dietro ci sono i soldi e le strategie (sporche) di Arabia e Qatar

Per capire la riluttanza e la necessità per Arabia e Qatar di allearsi con Obama, occorre avere la memoria un po' più lunga di quanto accade in occidente. SOUAD SBAI

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Si può analizzare il ruolo delle potenze del Golfo nelle primavere arabe e nell'irruzione sulla scena internazionale di Isis solo dividendo questo periodo storico in due fasi: lo scoppio delle rivoluzioni e la vittoria di Al Sisi in Egitto e di Assad in Siria.

Inizialmente, come rilevato da tutti gli analisti internazionali, ci fu un sostegno forte, sostanzioso e costante; l'ascesa del salafismo armato nelle piazze e dei Fratelli musulmani nei palazzi di potere era la tappa decisiva del percorso di reislamizzazione di stampo radicale del Nordafrica e del Medioriente. Dopo il periodo dei raìs e dei governi militari, le monarchie del Golfo hanno tentato di lanciare una sorta di Opa sul mondo arabo, sostenendo i movimenti estremisti e tentando di emarginare, con la forza e con altri mezzi, l'élite moderna e più vicina ad ideali democratici. Fin qui il sostegno alle primavere arabe era stato ben celato, nonostante qualcuno, nel mondo, avesse già intuito che alle spalle di questo sommovimento ci fossero le potenze del Golfo. 

Ma è stata la questione siriana a rendere chiaro a tutti che i movimenti rivoluzionari, nel frattempo tramutatisi in frange estremiste in rivolta contro i poteri costituiti, avevano dietro di sé sponsor molto ma molto facoltosi e potenti; le riunioni dell'opposizione siriana a Doha, i frequenti viaggi di esponenti di spicco di questi movimenti nel Golfo e i movimenti bancari internazionali fecero capire dove la strategia andava a parare.

La vittoria, per molti inaspettata, di Assad e prima di lui del generale Al Sisi ha complicato le cose. E si sa, quando le cose vanno male, gli amici possono rapidamente divenire nemici e viceversa. L'impossibilità ormai acclarata di scalzare Assad e di instaurare un governo islamista a Damasco ha spezzato ogni alleanza e ha fatto da apripista per la nascita dell'Isis, di cui oggi tutti i media parlano con grande enfasi come se fosse qualcosa di nuovo. Quando in realtà non lo è. Isis, infatti, opera nel quadrante mediorientale già da tempo; ricordiamo infatti il massacro del 3 novembre 2010, quando miliziani presero in ostaggio i fedeli della Cattedrale di Baghdad, uccidendone 46 e rivendicandone chiaramente e pubblicamente la responsabilità. Allora la denominazione che si dava era Stato Islamico dell'Iraq, poi divenuto Daesh e in seguito Isis (Stato Islamico di Iraq e Siria) nell'agosto del 2013. Al Baghdadi ha però subito, dopo un iniziale flirt con le potenze del Golfo, manifestato idee assai diverse da quelle che serba in sé Riyadh: la sua idea è infatti creare un polo di potere economico imponente e duraturo, grazie alla vendita del petrolio che frutta due milioni di dollari al giorno alle casse dei terroristi. Ma soprattutto ridisegnare la mappa dell'islam mondiale, minarne le radici e ricostruire una dottrina che non guardi più all'Arabia Saudita come nucleo propulsivo e intoccabile, bensì punti a spostare la capitale dell'islam altrove.