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PALESTINA/ Onu, ecco chi lavora contro la pace

Pubblicazione:giovedì 1 gennaio 2015

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Bibi Netanyahu può ritenersi soddisfatto. La sua campagna elettorale, in vista delle  elezioni politiche del 17 marzo, ha  trovato un aiuto fortemente cercato, ma anche in parte insperato. La  risoluzione giordano-palestinese presentata al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, infatti,  è stata respinta senza che gli Stati Uniti esercitassero il loro diritto di veto. Netanyahu era già riuscito a convincere Barack Obama e il suo segretario di stato John Kerry a votare contro la risoluzione  palestinese e a porre il veto contro un'eventuale approvazione della risoluzione da parte della  maggioranza dei 15 stati oggi componenti il Consiglio di Sicurezza dell'Onu. 

Un assenso, quello americano, alle tesi di Netanyahu tutt'altro che scontato. A tutti è ben nota la disistima di Barack Obama e John Kerry nei confronti di Netanyahu e, si potrebbe dire, anche  viceversa. L'attuale amministrazione americana, in definitiva, non crede che il premier israeliano sia un politico sincero, quando afferma di volere un accordo di pace con i palestinesi. Da parte sua Netanyahu ritiene Obama e ancor più Kerry animati da un maldestro spirito messianico, disposto a pericolosi compromessi pur di ottenere l'assenso palestinese ad un accordo di pace.

Tuttavia i leader americani, prima del destino della Palestina, hanno a cuore il presente dei rinnovati rapporti con l'Iran. La dirigenza statunitense ormai da anni lavora per disinnescare un possibile  conflitto con l'Iran, legato ai piani di sviluppo del settore nucleare. Con alterne fortune, gli sforzi americani hanno fin qui prodotto complessivamente buoni risultati. La comune lotta, in Iraq, dei soldati americani e, a distanza, delle milizie iraniane contro i fondamentalisti dell'Isis sembra quasi il suggello di questo estenuante sforzo diplomatico americano sul versante iraniano. Un impegno che ha visto gli Stati Uniti imporre all'alleato israeliano un deciso blocco ai piani di attacco aereo degli impianti nucleari iraniani. 

Questa fermezza americana verso Netanyahu ha avuto un prezzo politico per Obama e Kerry: una  rinnovata opposizione americana alle iniziative diplomatiche palestinesi all'Onu. Con il beneplacito del Congresso americano, prodigo di mozioni bipartisan pro Netanyahu. Di qui il preannuncio del veto americano. Tuttavia, se il veto fosse stato necessario l'isolamento politico e diplomatico di Israele e del governo Netanyahu sarebbe stato ugualmente evidente. 

Invece, il documento palestinese non ha raggiunto i nove voti favorevoli, considerati indispensabili. Otto paesi (Francia, Cina, Russia, Argentina, Ciad, Cile, Giordania, Lussemburgo) hanno votato per la risoluzione palestinese che chiedeva un accordo di pace entro un anno, il ritiro dei soldati  israeliani dai territori palestinesi non oltre la fine del 2017 e Gerusalemme capitale anche del nuovo stato palestinese.

Due i paesi che hanno votato contro (Stati Uniti ed Australia) e soprattutto cinque i paesi che si sono astenuti (Nigeria, Ruanda, Regno Unito, Lituania e Sud Corea).


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