BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

ISLAM/ Tutte le incognite (e le ambiguità) della "rivoluzione religiosa" di Al Sisi

In Egitto durante i moti di Piazza Tahrir (Infophoto) In Egitto durante i moti di Piazza Tahrir (Infophoto)

Prima la delegittimazione delle autorità tradizionali da parte del movimento riformista e di quello islamista, poi la loro strumentalizzazione da parte delle autorità politiche e infine la proliferazione di canali satellitari, siti internet e altre piattaforme digitali dedicati alla predicazione islamica hanno svuotato le istituzioni tradizionali della loro autorevolezza. È probabile che oggi il programma di un predicatore islamico su al-Jazeera abbia più seguito di un discorso dell'imam di al-Azhar (non è forse un caso che dopo il discorso di al-Sisi al-Azhar si sia attrezzata di account ufficiali sui social network, da twitter a facebook). 

Questa non significa che la rivoluzione religiosa auspicata dal presidente egiziano non possa avere luogo. Significa però che, più che risolvere il problema dell'estremismo islamista persuadendolo ad abbandonare la propria causa, essa creerebbe una forte polarizzazione tra sostenitori e oppositori di un discorso religioso riformato. Già oggi gli ideologi islamisti definiscono le autorità religiose ufficiali gli ulama al-sulta, "gli ulama del potere", con i quali non si sentono in dovere di confrontarsi se non per criticarli.

Ma oltre a questo livello, che riguarda gli aspetti teologici e intellettuali della riforma e il ruolo degli ulama, ce n'è un altro, forse più decisivo e che le parole di al-Sisi non toccano esplicitamente. 

La diffusione del discorso islamista in tutte le sue varianti, da quello dei Fratelli musulmani al salafismo jihadista, è stata consentita e finanche incoraggiata da governi musulmani e non musulmani  per il conseguimento dei loro obiettivi politici. L'affermazione dell'islamismo è inspiegabile se non si tiene conto dell'appoggio politico e finanziario di cui esso ha goduto negli ultimi quarant'anni.

Non solo, ma, come ha recentemente scritto lo storico egiziano Sherif Younis sempre su al-Ahram, anche i regimi che nel passato hanno strumentalmente adottato una visione modernista e progressista dell'islam (l'Egitto di Nasser, la Tunisia di Bourguiba, erroneamente considerati "laici") in realtà hanno fatto il gioco dell'islamismo, perché affidando allo Stato la gestione e l'interpretazione della religione l'hanno trasformata in un oggetto di contesa politica.

Il problema non è la produzione politica di un discorso religioso di segno contrario rispetto a quello islamista. Il punto decisivo è la dissociazione tra il discorso religioso e lo Stato. Questo non significa escludere la religione dallo spazio pubblico, ma impedire una doppia strumentalizzazione: della religione da parte dello Stato e dello Stato da parte della religione. Qui la responsabilità non ricade solo sui dignitari religiosi, ma coinvolge anche (e soprattutto) l'autorità politica. Al-Sisi ha in mente anche questo quando parla di «rivoluzione religiosa»? Se sì, è una buona notizia. Se invece intende sollecitare la creazione dell'ennesimo discorso islamico "autorizzato", sarà difficile aspettarsi un vero cambiamento. La riforma del pensiero islamico va di pari passo con la riforma politica.