BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

ISLAM/ Tutte le incognite (e le ambiguità) della "rivoluzione religiosa" di Al Sisi

Il recente discorso (1° gennaio) del presidente egiziano al-Sisi ha suscitato entusiasmo in occidente. Il problema però è più complesso di quanto appare. MICHELE BRIGNONE (Fondazione Oasis)

In Egitto durante i moti di Piazza Tahrir (Infophoto) In Egitto durante i moti di Piazza Tahrir (Infophoto)

Il discorso che il generale al-Sisi ha tenuto il 1° gennaio scorso di fronte alle principali autorità religiose egiziane è probabilmente senza precedenti nella storia contemporanea del mondo arabo-islamico. Non è la prima volta che il presidente egiziano esprime pubblicamente e in modo non formale un'opinione sull'islam e sul modo in cui esso viene vissuto e interpretato. Lo aveva fatto per esempio nell'agosto scorso, intervenendo alle celebrazioni per la "notte del destino" (la notte in cui secondo i musulmani è stato rivelato il Corano), durante le quali aveva affermato che «molti conoscono a memoria il Corano, ma ci sono persone che conoscendo il Corano a memoria ci uccidono. […]. I modi in cui pratichiamo l'islam, e che sono in realtà contrari alla nostra religione, ci hanno attirato le critiche altrui». Ma questa volta al-Sisi si è spinto oltre, chiedendo al suo uditorio di intraprendere una vera e propria «rivoluzione religiosa». 

Le parole di al-Sisi meritano di essere valorizzate. Il presidente egiziano è stato forse l'unica autorità pubblica musulmana (lui stesso è notoriamente un musulmano devoto) a riconoscere con franchezza che il pensiero islamico contemporaneo ha un problema la cui risoluzione non è più rinviabile. Ma per valutare gli effetti che questa importante iniziativa sarà in grado di produrre è necessario soffermarsi su alcune considerazioni.

Prima di tutto occorrerà verificare se l'appello del presidente verrà accolto o cadrà nel vuoto, al di là della sollecita disponibilità mostrata dalle istituzioni religiose egiziane. In realtà, già nel dicembre scorso le autorità di al-Azhar avevano organizzato una conferenza internazionale per discutere di estremismo e terrorismo, con la partecipazione non solo di molti ulama da tutto il mondo, sunniti e sciiti, ma anche di alcuni vescovi mediorientali. Ma evidentemente al-Sisi ha in mente uno sforzo ulteriore: non si tratta solo di contrastare episodicamente la lettura dei movimenti più oltranzisti, ma di decostruire alla radice un discorso religioso che, in diverse forme e gradazioni, negli ultimi decenni è diventato egemone in una buona fetta del mondo islamico. 

Naturalmente non mancheranno forti resistenze interne. Il 5 gennaio scorso, un editorialista del quotidiano Al-Ahram notava in un articolo intitolato "Gli appelli di al-Sisi non bastano" un fatto eloquente: solo poco tempo prima del discorso del presidente, alcuni membri di spicco delle istituzioni religiose a cui il presidente si è rivolto avevano attaccato duramente dei pensatori rei di aver proposto la revisione di alcuni libri di testo utilizzati negli istituti azhariti e contenenti «esplicite istigazioni all'odio dell'altro». 

Vi è poi un altro aspetto, non meno significativo. Nell'islam in generale e nell'islam contemporaneo in particolare, la nozione stessa di autorità religiosa, o di responsabili religiosi, è molto sfuggente. La moschea di al-Azhar tende ad autorappresentarsi ed è spesso rappresentata come "il faro" dell'islam sunnita, ma i suoi pronunciamenti, così come quelli di altre istituzioni religiose, non godono di alcun monopolio nell'interpretazione dell'islam.