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VISTO DALLA RUSSIA/ L'islam e il nulla che accomuna terroristi e vittime

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Contro questa logica non c'è rimedio possibile se si resta al suo interno o se si accetta la discussione secondo le sue regole; bisogna semplicemente uscirne: «quelle vignette non mi piacciono e il loro contenuto è rivoltante», diceva Tat'jana Krasnova, un altro dei commentatori di questi giorni, ma, aggiungeva, «mi devo fermare lì», perché ogni altra aggiunta mi riporterebbe in una logica di contrapposizione, in una logica di idee — l'ideologia — che vorrebbe costringermi a scegliere tra le ragioni di due parti che in modi diversi non hanno ragioni e mi allontanerebbe dalla realtà semplice e indiscutibile secondo la quale chi ha ucciso un essere umano è un assassino, e l'omicidio resta omicidio a prescindere da chi sia la vittima e da quali colpe possa aver commesso; così come la bestemmia resta bestemmia quale che sia l'ingiustizia che deve subire poi chi l'ha pronunciata.

Nelle vignette di Charlie Hebdo c'era un'indiscutibile dose di male, è stato sottolineato da molti, ma nessuno può pretendere di avere la ricetta e la formula che guarisce ogni male, soprattutto i mali altrui; ogni cura, precisava il noto giornalista e commentatore televisivo Aleksandr Archangel'skij, ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma «quello che conta più di ogni altra cosa non è se gli altri hanno scelto la cura giusta, ma quanto sia efficace la cura che ho scelto per me». La lotta col male, diceva ancora Ol'ga Allenova, «è innanzitutto la lotta con il male che è dentro di me, che è certo più grande di quello che è negli altri, perché quello che è in me lo conosco, quello degli altri no».

Non è lontana da questa logica di responsabilità e di pentimento la vignetta del primo numero di Charlie Hebdo dopo la strage, con quella parola — perdono — dalla quale tutto può ricominciare passando attraverso tutto quello che è successo, senza nasconderlo, ma senza farsi condizionare da esso e, soprattutto, ricominciando da quel punto che solo può cambiare le cose a dispetto di tutti i nostri limiti: proprio il senso del nostro male e il bisogno di perdonare ed essere perdonati.

L'Europa davvero non si ferma a Parigi.

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COMMENTI
20/01/2015 - Dovstoevskij (roberto castenetto)

Occorre rileggere Il grande inquisitore, per capire la tentazione di rinunciare alla libertà.