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SCENARI/ L'Arabia Saudita tra il califfo nero e la "morsa" degli sciiti

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Re Abdullah (1924-2015) (Infophoto)  Re Abdullah (1924-2015) (Infophoto)

E non sono timori del tutto ingiustificati quelli della monarchia saudita, che conosce bene i dati riguardanti la corrente sciita preponderante ad Est dei suoi confini, che si aggira attorno all'87 per cento. Anche l'Iraq, che oggi sperimenta nella metà del suo territorio il dominio di ispirazione salafita di Isis, vede quasi la metà della sua popolazione in forza allo sciismo e dunque il timore raddoppia, perché qualora il califfato dovesse essere sconfitto, gli sciiti tenderebbero a rivendicare il governo di Baghdad. 

Se aggiungiamo che la Siria è governata dalla minoranza alawita, e che i progetti di abbattere Assad sponsorizzati proprio da Arabia Saudita e Qatar sono falliti, il quadro si fa via via più completo e delineato; come già detto in altre occasioni, è in corso un vero e proprio conflitto interislamico, nel quale non solo i sunniti si fronteggiano con gli sciiti ma vedono le varie anime al proprio interno sfidarsi per la supremazia. Nel tentativo di avanzata radicalista e jihadista del salafismo militante, vediamo dunque alcuni spiragli di discontinuità rappresentati dalla crescita delle correnti sciite e dal loro riprendere forza anche in territori fino a ieri considerati off limits, nei quali già solo poter pregare in casa propria è visto come una conquista. Da Kerbala a Riyadh, da Baghdad a Damasco, lo scontro fra gli sciiti di Alì e i sunniti di Abu Bakr, considerato dai primi un usurpatore della successione al Profeta, prosegue ancora ma con esiti che nemmeno il politologo più esperto potrebbe oggi prevedere. E che forse nemmeno l'islam stesso, in tutte le sue numerose componenti, riesce ancora ad intravedere



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