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CRISTIANI PERSEGUITATI/ Jeanbart (vescovo di Aleppo): la religione non c'entra

Pubblicazione:martedì 27 gennaio 2015

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In Siria si sono concentrati molti, tanti interessi sia delle potenze economiche occidentali (Francia, Inghilterra, America, ecc.) che orientali, quelle legate all’islam, o almeno ad un modo particolare di concepire l’islam. Vi sono poi gli interessi di Israele, della Turchia, che vagheggia un ritorno all’impero ottomano, seppur in chiave moderna, degli Emirati arabi, per via del gasdotto che la dovrebbe attraversare, ecc. Una situazione complessa in cui i cristiani rappresentano una sorta di spina nel fianco.

 

E perché?

Perché i cristiani sono gli unici che hanno un certo tipo di rapporto con l’occidente e sono in grado di svelare il grande imbroglio che sta sotto a questa guerra e i tanti interessi che si vogliono tutelare.

 

Quindi non c’entra la guerra di religione?

La religione c’entra solo perché alcuni hanno tentato di coprire gli interessi economici con quelli presunti religiosi. Questo non corrisponde alla realtà. Io ho rapporti con tantissimi esponenti religiosi, anche autorevoli, dell’islam. Nessuno è convinto che in nome di Dio si possa uccidere. E’ la violenza di pochi che prevale sulla volontà alla pace di molti.

 

E come si fa a fare il Vescovo in queste condizioni così difficili?

Devo ammettere in tutta franchezza che all’inizio della guerra ho avuto la tentazione di rimanere passivo in attesa di giorni migliori. Il Signore mi ha poi concesso all’età di 71 anni l’entusiasmo di una nuova giovinezza. Sono rimasto e rimango con più ardore e voglia di aiutare di prima.

 

E come si fa ad aiutare una popolazione così stremata?

Abbiamo messo in campo alcune iniziative umanitarie per sostenere la popolazione nei bisogni primari, quali il costo dell’energia, dei generi alimentari e dell’educazione. In particolare abbiamo fatto di tutto per non far chiudere le scuola cattoliche che esistevano e abbiamo istituito specifiche borse di studio. Io mi tengo in contatto con il popolo attraverso lettere periodiche a loro indirizzate che pubblico nel nostro settimanale per sostenerne la speranza e l’impegno a resistere.

 

E com’è la sua vita quotidiana?

Ho avuto saccheggiata la Curia in cui vivevo ed abitavo e sono stato sottomesso a ricatti. Adesso di notte sto in un luogo più protetto e di giorno torno nel vecchio palazzo vescovile che si trova proprio sulla linea del confine. E finora è andato tutto bene. Anche per prendere l’aereo a Beirut e venire in Italia ho dovuto fare più di sette ore di auto per evitare l’autostrada che è in mano ai cecchini. Ma non ho dubbi: il mio posto è tra la mia gente.

 

Cosa si attende dal futuro?


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