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DIARIO ARGENTINA/ L'amico del Papa: ecco come Bergoglio cambierà il Paese

Gustavo Vera con Papa Francesco (foto G. Vera) Gustavo Vera con Papa Francesco (foto G. Vera)

Non potevamo più attendere che un sistema corrotto potesse cambiare: quindi quando il movimento "Progetto Sur" di Pino Solanas ce ne ha offerto l'opportunità, malgrado non fosse completamente affine a tutti i nostri ideali, ma sicuramente contrario al Kirchnerismo e al Macrismo (due facce della stessa moneta politica oggi imperante), abbiamo aderito. Avvisando molto chiaramente che una volta entrati nella Legislatura di Buenos Aires avremmo attuato le nostre politiche fino in fondo, donando il 60% del nostro stipendio e continuando con le denunce contro la mafia, differenziandoci. Cosa che ha portato alla nascita di "Bien Comun": e siamo orgogliosi di aver portato avanti il nostro programma e i principi per i quali la gente ci ha votato fino in fondo. Siamo convinti che il sistema corrotto attuale non sia opera dello Spirito Santo, ma prodotto di una società che lo permette, giustificandolo: per questo crediamo che il momento del cambiamento sia ormai alle porte.

 

Com'è nata l'amicizia con Bergoglio?

È cominciato tutto nel 2008. Sapevamo che Bergoglio era un religioso al di fuori degli schemi abituali per la sua fattiva militanza a fianco dei poveri e dei più deboli, non solo come presenza ma anche con donazioni sia economiche che di derrate alimentari. Il suo studio era in gran parte occupato da alimenti che poi lui distribuiva nelle sue settimanali visite alle villas miserias e nei quartieri più popolari. Come Alameda eravamo arrivati al punto di temere seriamente per le nostre vite, a causa dei 18 attentati subiti e delle continue denunce fatte contro le mafie più disparate, che avevano incluso sempre più i traffici sessuali e il narcotraffico, due campi nei quali sono introdotti personaggi di altissimo livello sia politico che di forze di polizia. Le omelie di Bergoglio si sposavano appieno con la nostra filosofia, così gli scrivemmo. 

 

Poi cos'è successo?

Lui ci incontrò dopo pochissimo tempo insieme a un altro amico, Juan Grabois, fondatore del movimento dei lavoratori esclusi e dei cartoneros (un'organizzazione che si occupa del ritiro dei rifiuti cartacei, ndr). Fu l'inizio di un rapporto non solo di collaborazione fattiva ma anche, a livello personale, di una profonda amicizia. Il 1 luglio dello stesso anno Bergoglio celebrò una Messa dedicata alle vittime della schiavitù sul lavoro e dello sfruttamento nella Parrocchia di Nostra Signora degli immigranti, qui a Buenos Aires, prima di tante iniziative: nell'omelia paragonò me e Juan ai passanti che aiutarono il paralitico ad avvicinarsi a Cristo per essere curato, calandolo dal tetto della casa dove viveva. Noi, in definitiva, eravamo quelli che avvicinavano la Chiesa alle problematiche di cui doveva occuparsi che sono impedire la schiavitù, combattere le mafie e cercare di recuperare non solo la vita ma anche la libertà e la dignità delle persone sottomesse.

 

E della corruzione in un Paese potenzialmente ricchissimo, altro tema tanto caro a Bergoglio, che mi dice?

Quando Juan Battista Alberdi, scrittore e diplomatico, incontrò Faustino Sarmiento, allora Presidente Argentino (seconda metà dell'800, ndr), commentando il sogno di introdurre una democrazia di tipo nordamericano, all'epoca rivoluzionaria, gli disse che sfortunatamente l'Argentina è una terra ricca e ciò impoverisce l'essere umano, perché lo astiene dall'affrontare la natura, dato che quest'ultima gli procura tutti i suoi beni senza richiedere sacrifici in cambio. Per questo, tranne che all'epoca di Peron, in cui venne tentata una politica industriale, il peso delle materie prime prodotte ha sempre impedito una politica di benessere comune. Prima c'era la carne, adesso la soia, ma la crescita economica dovuta a queste produzioni non ha mai significato una crescita tecnologica; anzi, lo ripeto, l'ha sempre impedita, essendo collegata alla mancanza di principi morali della classe politica. Insomma, la "rivoluzione americana" aveva potuto trionfare perché nella guerra civile il Nord, povero economicamente ma con una collettività molto unita a causa delle difficoltà, aveva trionfato su di un Sud agricolo ma latifondista e corrotto, dove la grande ricchezza era appannaggio di pochi, proprio come nell'Argentina fino a oggi.

 

Allora perché non rompere gli schemi puntando direttamente in alto, e cioè alla Presidenza argentina, invece di limitarsi a governare Buenos Aires?