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PALESTINA/ Netanyahu lascia a "secco" Abu Mazen e sfida l'Europa (e il Papa)

Pubblicazione:lunedì 5 gennaio 2015

Abu Mazen (Infophoto) Abu Mazen (Infophoto)

Tutto ciò non cessa di far crescere tra israeliani e palestinesi un muro di incomprensione reciproca i cui effetti sono anche più gravi di quelli pur molto rilevanti provocati dal muro di cemento che Israele ha costruito nelle aree di più intensa prossimità fra il suo territorio e quello che sarebbe dell'Autorità Palestinese. Soprattutto a ciò contribuisce poi la politica israeliana degli "insediamenti", ovvero della costruzione in territorio palestinese di quartieri riservati a coloni israeliani edificati su aree a tal fine confiscate ai loro proprietari; e con tutto ciò che ne consegue in termini di costruzione di strade riservate, captazione di fonti d'acqua, presidi militari. Quella degli "insediamenti" è una politica di aggressione strisciante ma continua, che ipso facto impedisce qualsiasi effettivo passo avanti sulla via della pace.

Per quanto concerne Israele la sospensione di tale politica, nonché il ritiro di tali "insediamenti" ovunque possibile, è ciò che in sede internazionale si dovrebbe esigere quale conditio sin qua non a qualsiasi piano di pace e di sicurezza  garantite. Per quanto concerne invece il campo palestinese la conditio sin qua non che in sede internazionale si dovrebbe altrettanto esigere è il ritorno alla realtà dopo decenni di maldestri sogni che hanno fruttato ai palestinesi e a tutto il  mondo arabo soltanto sangue, sconfitte, dipendenza economica e ristagno sociale. Israele è nel Vicino Oriente una presenza consolidata e ineludibile. Pretendere di risolvere i propri problemi sognando di liberarsene non serve a nulla. Viceversa in un Levante finalmente in pace Israele diventerebbe un potente motore di sviluppo per tutta la regione. L'Unione Europea avrebbe molte carte da giocare positivamente nella situazione. E se non fosse ancora impastoiata in presunzioni e in prevenzioni degne di un illuminismo bambino, forse comprensibile nel secolo XVIII ma non oggi, l'Unione potrebbe in tale prospettiva trovare nel Papa un grande alleato. 

Per farsene un'idea basta andarsi a leggere l'intervista a mons. Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, pubblicata su ilsussidiario lo scorso 26 dicembre. Riusciranno i "cattolici adulti" e i "laici illuminati" dei governi europei a capire ciò che, con riguardo al caso Usa/Cuba, hanno già capito un canuto rivoluzionario cubano come Raul Castro e un vago protestante americano di mezza età come Barack Obama? Speriamo di sì.



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