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Esteri

SIRIA/ Il "gioco" di alleanze che riapre la guerra fredda

Abu Bake al Baghdadi, capo dello stato islamico (Infophoto)Abu Bake al Baghdadi, capo dello stato islamico (Infophoto)

2. Dall'altro lato della barricata, anche gli Stati Uniti vorrebbero rinvigorire il proprio ruolo di potenza egemone nel sistema mediorientale — e in più ampia prospettiva nel sistema internazionale — messo in discussione prima dal fallimento della costosa strategia di addestramento dei ribelli e poi dalla partita, evidentemente persa, con Putin al Palazzo di Vetro lo scorso 28 settembre. La strategia americana però, a differenza di quella russa, sembra — per usare un eufemismo — poco chiara. Prima Obama condanna Mosca e aizza la Nato contro la violazione dello spazio aereo turco, poi riprende i colloqui con Putin.  Prima decide di continuare ad addestrare i ribelli anti-Assad e armare i curdi — finanziando, come dichiarato di recente dal New York Times, un'operazione di terra di circa 5mila combattenti della Syrian Arab Coalition e di 25mila combattenti curdi — poi fa un passo indietro. Plausibile ipotizzare che dietro a questo cambio di strategia vi sia anche la longa manus della Turchia che preferirebbe allearsi con Putin o lasciare la Siria in mano agli jiadisti piuttosto che rafforzare in qualunque modo l'enclave curda già presente nel Rojava, la  parte settentrionale della Siria.

3. E veniamo alle principali potenze regionali coinvolte nel conflitto. L'Iran, dal canto suo, vuole mantenere la sua influenza nel paese, con un occhio di riguardo al "corridoio" che collega il Libano (e gli amici Hezbollah) con il centro della Siria — area che, grosso modo, va da Palmira ad al Qusayr. Dall'altra parte, le maggiori potenze sunnite del Golfo, Ryad in testa, vorrebbero indebolire l'asse sciita soprattutto in chiave anti iraniana, facendo fuori Assad con il precipuo scopo di allargare la propria influenza nel paese. Un paese, giova ricordarlo, a netta maggioranza sunnita ma da sempre governato dalla minoranza alawita. 

4. La Turchia del "comandante" Erdogan, infine, vorrebbe una Siria senza Assad ma soprattutto senza che un'eventuale soluzione favorisca le aspirazioni autonomistiche dei curdi. Le milizie curde, d'altra parte, sono state protagoniste della lotta anti-Isis e difficilmente si asterrebbero, sul tavolo di un eventuale futuro accordo per il riassetto del paese, dal far valere la loro posizione. Una prospettiva che rende la situazione tra la Turchia e i gruppi curdi ancora più drammatica e il sangue versato sabato dai "manifestanti di Ankara", con il conseguente rimpallo di responsabilità tra il governo e i movimenti filo-curdi, non preannuncia nulla di buono.

Davanti a questo risiko a dir poco intricato il futuro della Siria si potrebbe giocare su almeno tre ipotesi tanto distanti quanto plausibili. 

A) La prima è quella di un "rinsavimento" di tutti gli attori in campo, basato sul minimo comune denominatore dell'annientamento dell'Isis, con un compromesso per una transizione "guidata" e un governo di unità nazionale in grado di rappresentare tutte le anime del paese. Sarebbe questa, indubbiamente, la soluzione più desiderabile, ma il lavoro diplomatico da fare dovrebbe essere a dir poco certosino per evitare il rischio di replicare gli errori commessi in passato, racchiudendo all'interno degli stessi confini le fratture religiose, tribali, etniche e confessionali che sono drammaticamente emerse a 60 anni dall'artificiale divisione postcoloniale e presumibilmente riemergeranno in futuro.