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SIRIA/ Il "gioco" di alleanze che riapre la guerra fredda

Pubblicazione:lunedì 12 ottobre 2015

Abu Bake al Baghdadi, capo dello stato islamico (Infophoto) Abu Bake al Baghdadi, capo dello stato islamico (Infophoto)

b) Potrebbe invece accadere l'esatto contrario: la tanto paventata partizione del paese. A ben guardare una delle tante cartine sulle evoluzioni del conflitto siriano, le aree di questa possibile "regionalizzazione" sembrano già definite. L' enclave alawita, di fatto, grazie anche ai  missili russi e ai pasdaran iraniani, controlla ora un terzo del paese, a grandi linee l'area ovest "Tartus-Latakia-Hama-Homs-Damasco". I curdi, nonostante la minaccia turca, sono al momento arroccati nella zona settentrionale, che dal confine con l'Iraq arriva sino a Kobane. Il resto del territorio, con un po' di semplificazione, è diviso tra le forze del califfato — che controllano soprattutto il nord est del paese — e il variegato prisma delle forze dei ribelli anti-Assad, al-Nusra compresa. E' quest'ultima la zona che più sembra convogliare l'interesse di alcuni attori esterni e soprattutto delle forze sunnite che da sempre aspirano a guidare il paese.

c) Infine il terzo scenario, il più "sinistro", che se fino a qualche mese fa poteva sembrare solo un esercizio retorico di fantapolitica oggi, alla luce dei fatti, sembra un'ipotesi quantomeno plausibile, è quello di una nuova guerra fredda nel quadrante mediorientale. La guerra in Siria sta infatti sempre più assumendo le sembianze di una proxi war combattuta — con una certa semplificazione — da un lato dalla Russia alleata con la mezzaluna sciita (Iran, Hezbollah e governo alawita di Assad) e dall'altra dagli Stati Uniti vicini alle potenze sunnite del Golfo e, per il momento, vicine alla Turchia (ma tutto dipenderà dal sostegno o meno ai curdi). Russia e Stati Uniti hanno stretto dunque un gioco di alleanze regionali che appare simile alle "proiezioni di potenza" dell'era bipolare, quando la guerra era fredda nel core del sistema ma si "scaldava" — e di molto — nelle aree periferiche, due esempi per tutti la guerra in Vietnam e il lungo conflitto Iran-Iraq.

Difficile dire se e quale delle ipotesi sopra accennate potrebbe avverarsi e se questa vedrà ancora Assad come protagonista; ma una cosa è certa, le sorti della Siria — e dell'intero quadrante mediorientale — sono legate a doppio filo a quelle del sistema internazionale. Sbagliare in Siria, stavolta, potrebbe voler dire mettere a rischio gli equilibri mondiali con conseguenze, forse, ancora inimmaginabili. 



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