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Esteri

SIRIA/ Il "gioco" di alleanze che riapre la guerra fredda

L'esercito iracheno potrebbe aver centrato il convoglio del califfo Al-Baghdadi, mentre dietro l'attentato in Turchia ci sarebbe lo stato islamico. Come cambia l'area. MICHELA MERCURI

Abu Bake al Baghdadi, capo dello stato islamico (Infophoto)Abu Bake al Baghdadi, capo dello stato islamico (Infophoto)

Sono trascorsi soltanto 10 giorni dall'inizio dell'azione militare russa in Siria, un lasso di tempo breve, per verti versi, ma che è bastato a cambiare — o quanto meno a mettere in seria discussione — le sorti degli equilibri internazionali. I rapporti tra Stati Uniti e Russia, a fatica ricuciti dopo la crisi ucraina, non sono mai stati così tesi dai tempi della guerra fredda; la Turchia, attore già di per se nevralgico nel conflitto, l'altro ieri è stata teatro di un attentato che ha tutta l'aria di essere legato a doppio filo alla crisi siriana, mentre il resto dell'area è protagonista di un gioco di alleanze — da Teheran a Ryad — che ne stanno cambiando i connotati.

Insomma, la martoriata Siria, il piccolo Stato mediorientale costruito a tavolino da Francia e Gran Bretagna con gli accordi di Sikes Pikot e poi teatro della scellerata politica postcoloniale delle grandi potenze, è diventata il centro nevralgico di una crisi che ne ha però rapidamente travalicato i confini.

Cosa succederà ora nell'area? E come potrebbero mutare gli equilibri internazionali? Per fare un po' di chiarezza sul futuro di questo conflitto e sui possibili scenari futuri è bene "partire dal terreno" e cercare di far luce sui possibili obiettivi degli attori in campo.

1.La Russia, portando avanti un'azione militare unilaterale, vuole in primo luogo dimostrare al mondo di essere ancora una superpotenza, rafforzando al contempo la sua posizione strategica nel Mediterraneo orientale. Non è un caso che i primi bombardamenti russi abbiano interessato le zone portuali di Latakia, anche con l'obiettivo di difendere il porto militare russo di Tartus, per poi allargarsi fino a Homs e nelle aree limitrofe, nel tentativo di rafforzare la presenza di Assad nella zona ovest del paese, dove il potere alawita è ancora radicato e dove, soprattutto, sono collocate le postazioni strategiche russe. 

D'altra parte Putin è perfettamente cosciente della crisi economica del sistema russo e delle possibili ricadute di un totale allontanamento da alcuni partner regionali e dunque, presumibilmente, prima o poi dovrà ponderare la propria politica di potenza con le inevitabili conseguenze economiche. Se da un lato il leader russo è forte dell'alleanza con la mezzaluna sciita, Iran in testa, dall'altra non può dimenticare gli interessi che lo legano alle altre potenze regionali, Turchia in primis. Basti ricordare che la Turchia, oggi ai ferri corti con la Russia dopo l'invasione dello spazio aereo da parte dei caccia di Mosca, è il secondo cliente di Gazprom dopo la Germania nonché il partner del mega-progetto del Turkish Stream, destinato a esportare il gas in Turchia e verso i mercati europei. Difficilmente Putin sarebbe disposto a giocarsi totalmente la prospettiva turca in nome della fedeltà ad Assad.