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INTIFADA DEI COLTELLI/ Eid: così l'Isis sta contagiando anche la Palestina

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Ragazze palestinesi a Ramallah (Infophoto)  Ragazze palestinesi a Ramallah (Infophoto)

C’è un’insofferenza maggiore rispetto al passato, legata al fatto che i quattro quinti dei territori sono in mano a Israele. I palestinesi vivono quindi in ghetti. Il contatto fisico tra palestinesi e israeliani oggi è raro anche per l’effetto degli accordi di Oslo, a differenza di quanto avveniva durante la prima Intifada. Rimane l’eccezione di Hebron, dove avvengono ancora degli scontri.

 

Quanto è forte il legame tra quanto sta avvenendo in Palestina e l’Isis?

Il fenomeno Isis ha contagiato Paesi molto più lontani della Palestina. La questione palestinese non fa parte della retorica quotidiana dell’Isis, ma sappiamo comunque che ci sono decine e decine di palestinesi che si sono uniti alle fila del Califfato. Quest’ultimo del resto è stato anticipato in Palestina.

 

In che senso?

Prima della nascita dello stesso Califfato, a Gaza era sorto un emirato islamico soffocato poi con il sangue da parte di Hamas. Le frange islamiste palestinesi oggi considerano Hamas troppo tiepida e l’accusano di volere scendere a patti con il nemico. Hamas alla fine si è trovato ad avere a che fare con qualcuno che l’ha superato. Da un punto di vista numerico non sono così consistenti, ma sono riusciti a provocare diversi guai, mostrando al mondo un volto più “sporco” di un tempo della lotta del popolo palestinese.

 

In questa deriva, quali sono le responsabilità di Abu Mazen?

Uno può essere responsabile se ha un’autorità effettiva, e io mi domando quale governo abbia questa autorità nei confronti dei palestinesi. Né Abu Mazen né Hamas vogliono dare inizio a una nuova Intifada. Conoscono entrambi benissimo quali sarebbero le conseguenze, ma nello stesso tempo vogliono trarre il massimo vantaggio politico dai recenti sviluppi e quindi tengono il piede in due scarpe. E’ per questo che non sconfessano fino in fondo chi compie gli attentati. L’attenzione della comunità internazionale del resto è concentrata sull’Isis, e quindi di tutto sente il bisogno tranne che di nuovi guai in Palestina.

 

(Pietro Vernizzi)



© Riproduzione Riservata.

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COMMENTI
15/10/2015 - Complimenti, grazie, e due considerazioni (Sierra Jonathan)

Complimenti a Camille, per l'ottima analisi. Conosce le realtà locali in modo diretto e quindi puo' descrivere le dinamiche della società' palestinese in modo affidabile (e in qs caso anche equilibrato). . Un "grazie" al Sussidiario, che porta testimonianze competenti, descrivendo la realtà mediorientale diversamente dal modo superficiale e pecorone della maggior parte della stampa italiana. . 2 considerazioni in merito a quanto detto (e non) da Camille: 1) "aggredire un colono o uno stesso poliziotto con un coltello, e' tutto tranne una forma di resistenza civile". Giusto. Considerato poi che le vittime degli accoltellamenti di qs giorni sono stati anziani, persone disarmate di mezza eta' o adolescenti (e che nessuno di questi era colono) penso che definire questi attacchi "terrorismo" sarebbe più' coraggioso e coerente, oltre che moralmente corretto. . 2) Nelle sue descrizioni Camille colloca tutti gli avvenimenti degli ultimi giorni in "Palestina", laddove la maggior parte e' avvenuta dentro i confini dello Stato di Israele. "Israeliano" e' solo un aggettivo, usato da Camille per definire una delle parti in conflitto. Beh, io penso che insistere a non usare il termine "Israele" parlando di una significativa e internazionalmente riconosciuta parte della zona, come se non esistesse, non solo non avvicina la pace, ma indirettamente (e forse inconsapevolmente) legittima l'uccisione e il ferimento di quegli anziani e adolescenti ebrei, di cui al punto precedente.