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SIRIA/ Tutti i guai di Obama, il Nobel per la Pace che fa fare la guerra agli altri

Pubblicazione:giovedì 22 ottobre 2015

Barack Obama e Vladimir Putin (Infophoto) Barack Obama e Vladimir Putin (Infophoto)

La netta opposizione di Obama nel 2003 alla guerra in Iraq, che lo differenziava anche da altri candidati democratici, come Hillary Clinton, fu tra i motivi che nel 2008 lo portarono alla presidenza degli Stati Uniti. Inoltre, il suo programma prevedeva l’accelerazione del ritiro dall’Afghanistan e dall’Iraq e il tutto gli fece guadagnare un affrettato, pur non sollecitato, Premio Nobel per la pace. Sette anni dopo, gli americani sono ancora bloccati in Afghanistan per la crescente minaccia talebana, la situazione in Iraq è decisamente peggiorata con la nascita dello stato islamico e Obama, di suo, ha aggiunto altre due guerre: Libia e Siria. Apparentemente disinteressato al caos generato in Libia, forse convinto che tocchi agli europei risolverlo, Obama ha invece continuato a occuparsi attivamente della Siria.

Qui sembra essersi decisamente infilato in un cul de sac, reso evidente dall’intervento russo e iraniano a sostegno del regime di Damasco. Nell’appoggio, di per sé giusto, dato agli oppositori iniziali del violento regime di Assad, Obama sembra aver applicato criteri di giudizio tipicamente occidentali, ma lontani dalla realtà locale. Ha cioè commesso lo stesso errore di Bush in Iraq, tentando di “esportare” la democrazia con le armi, sia pure senza mandare soldati sul campo. Dopo quattro anni di guerra civile, i ribelli laici o comunque moderati sono ridotti a minoranza e la lotta contro il regime è guidata da fazioni estremiste, come la qaedista al-Nusra, o dalle milizie dell’Isis. Assad non è stato abbattuto e questo dovrebbe far riflettere sull’appoggio popolare che ha dimostrato di avere, alawiti ed altre minoranze che evidentemente temono di più i suoi nemici. Inoltre, a differenza di quanto accaduto all’esercito governativo iracheno, quello siriano è rimasto sufficientemente forte ed è ora al contrattacco grazie al sostegno militare di Mosca e Teheran, oltre che dei soliti Hezbollah sciiti libanesi.

I ribelli curdi siriani, protagonisti di una accanita lotta contro l’Isis, simboleggiata dalla difesa di Kobane, teoricamente sostenuti dagli americani devono affrontare gli attacchi della Turchia, alleata degli Stati Uniti. In questa situazione sembrerebbe ovvia ed auspicabile un’intesa tra Washington e Mosca per gestire non solo la guerra all’estremismo islamico, ma anche la transizione del Paese verso una difficile pace. La guerra civile ha acuito forse irreparabilmente i contrasti storici tra maggioranza sunnita e le varie minoranze. Gli alawiti in particolare temono il revanscismo dei sunniti finora oppressi, in una situazione simile a quanto successo, a parti invertite, in Iraq tra sciiti e sunniti.

Sorprende perciò il rifiuto di Obama di collaborare con Putin e appare fasulla la precondizione che Assad se ne vada: il vero problema è il “dopo Bashar” e Obama dovrebbe specificare la sua ipotesi a tal proposito. Non sembra infatti facile l’ipotesi di un governo di “salute nazionale” che unisca alawiti (rappresentati da chi?), curdi, moderati e jihadisti in una battaglia comune contro l’Isis, ma soprattutto per poi dare un assetto definivo alla Siria. Per questo parlavo di cul de sac. 


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