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ACCORDO USA-RUSSIA?/ Tra Obama e Putin c'è una Turchia di troppo

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Vladimir Putin e Barack Obama (Infophoto)  Vladimir Putin e Barack Obama (Infophoto)

Nonostante l’appartenenza della Turchia alla Nato, Erdogan ha autorizzato solo ultimamente l’utilizzo dei suoi aeroporti per i raid contro l’Isis. Quando ha deciso di partecipare direttamente ai bombardamenti, i suoi aerei sono andati soprattutto contro i curdi.

Le ondate di profughi che dalla Turchia stanno arrivando in Europa sono un’altra arma in mano ad Erdogan, che ha spinto Angela Merkel alla sua criticata visita ad Ankara e alla improbabile promessa di riaprire la questione dell’adesione della Turchia all’Ue.

Altrettanto spregiudicato l’atteggiamento di Erdogan verso l’Isis, che per il momento è utile alla sua politica, come elemento destabilizzante Siria e Iraq che facilita l’intervento della Turchia. Difficilmente lo Stato islamico potrà essere definitivamente sconfitto senza un pesante intervento di forze militari terrestri ed Erdogan potrebbe non aver problemi, quando lo ritenesse opportuno, a impiegare l’esercito turco, il più forte della regione.

L’Isis ha effettuato due sanguinosi attentati in territorio turco, ma con obiettivo i curdi e i loro sostenitori. La strage di Ankara, con un centinaio di morti, ha indotto esponenti di Hdp, il partito dei curdi di Turchia, ad accusare il governo di averlo provocato, o consentito, per ragioni elettorali.

Il primo di novembre si terranno elezioni politiche anticipate, perché in quelle di giugno il partito di Erdogan, l’Akp, aveva perso la maggioranza assoluta a causa dell’avanzata dei curdi dello Hdp e non era stato possibile costituire un governo di coalizione. Il clima nel Paese è piuttosto teso, sia per le accuse tra governo e curdi già citate, sia per un rafforzamento delle misure di sicurezza che hanno, però, colpito anche diversi media dell’opposizione. Negli ultimi giorni si è aggiunta la condanna di 244 partecipanti alle proteste del 2013 nel Gezi Park, dove otto manifestanti rimasero uccisi negli scontri con la polizia.

L’obiettivo che Erdogan sembra nuovamente proporsi è la conquista dei due terzi dei seggi, così da poter cambiare la Costituzione in senso presidenzialista senza dover indire un referendum. Il risultato sarebbe probabilmente un’accentuazione dei caratteri autoritari del governo all’interno e l’accelerazione all’esterno di quella che è stata definita politica neo ottomana.

Se l’Akp ottenesse solo la maggioranza assoluta ci si può aspettare la continuazione della attuale politica, mentre lo scenario diverrebbe confuso se si ripetesse la situazione di giugno. Dati i precedenti, sarebbe difficile una coalizione con il partito curdo e un governo con i laici del Chp sarebbe difficoltoso per gli islamisti, sia pure moderati, dell’Akp. Un’alleanza con i nazionalisti del Mhp porterebbe a una pericolosa svolta verso posizioni più estremiste.

Insomma, c’è da augurarsi una “moderata” vittoria di Erdogan che lasci sostanzialmente invariata la situazione e permetta a Russia e Stati Uniti di finalmente gestire in modo ragionevole tutta la questione. Ricordando a Putin e Obama che non si tratta di un war game: sono già morte più di 250.000 persone, vi sono milioni di rifugiati e un Paese distrutto. Tutto reale.  



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