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Esteri

SIRIA/ Jean: Obama preferisce l'Isis a Putin

Per CARLO JEAN, Washington vuole mettere nei guai sempre di più la Russia in Siria, sapendo che per Mosca questa guerra potrebbe trasformarsi in un nuovo Afghanistan

Putin e ObamaPutin e Obama

Sono i colloqui di pace di più vasta portata dall’inizio della guerra in Siria. Sono iniziati ieri a Vienna, sotto gli auspici della Russia di Putin, e tra i partecipanti c’è anche il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni. A essere stati invitati sono tutte le principali potenze mondiali, europee e mediorientali, ma non il governo di Assad né l’opposizione siriana. Le speranze di una soluzione pacifica sono affidate soprattutto al confronto aperto tra i due Stati che li rappresentano: l’Iran per il governo di Damasco e l’Arabia Saudita per l’opposizione. Negli ultimi quattro anni l’Iran non ha ceduto di un passo rispetto all’idea che Assad debba rimanere al suo posto, mentre l’Arabia Saudita ne ha chiesto ripetutamente le dimissioni. Dietro questo scontro però c’è quello, di ben più vasta portata, tra Stati Uniti e Russia. Ne abbiamo parlato con Carlo Jean, analista militare.

Che cosa si aspetta dai colloqui di Vienna sulla Siria?

Ci sono due possibilità. La prima è che gli Stati Uniti, ormai consapevoli della scarsa efficacia della loro azione anti-Isis, vogliano consolidare l’appoggio russo-iraniano per combattere il califfato. La seconda possibilità è che Washington voglia mettere nei guai sempre di più la Russia in Siria, sapendo che per Mosca questa guerra potrebbe trasformarsi in un nuovo Afghanistan.

Quindi gli Stati Uniti sono al bivio?

Sì, e molto verosimilmente sceglieranno di fare entrambe le cose. Opteranno cioè per una strategia estremamente flessibile, e a seconda di come andranno le cose seguiranno una strada piuttosto che un’altra. Almeno per un certo periodo dobbiamo aspettarci che la Russia non si ritiri, ma che gli Stati Uniti non possano appoggiarla troppo direttamente perché si metterebbero contro Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi. Quindi gli Usa devono dare l’impressione di volere ripristinare la stabilità in Siria, ma senza allinearsi del tutto con Assad.

Per gli Usa conta di più mettere in difficoltà Putin che battere l’Isis?

Sicuramente. I rapporti americani con la Russia si giocano soprattutto in Ucraina e negli Stati baltici. Washington non può dire di no al tentativo di Mosca di pacificare la Siria, così come non aveva potuto dire di no ai negoziati di Ginevra 1 e 2, che portarono alla distruzione di gran parte degli armamenti chimici. Nel contempo non può neppure dire completamente di sì agli sforzi russi, perché in questo modo si metterebbero contro Turchia, Arabia Saudita ed Emirati, cioè i propri alleati.

E’ possibile che questi colloqui portino alla sostituzione di Assad?

Se i russi proponessero di sostituire Assad con un altro presidente scelto da loro stessi, gli Usa ci starebbero certamente. Bisogna vedere esattamente quale sia la presa dei russi sul presidente siriano. I contenuti dei colloqui di Mosca tra Assad e Putin sono sconosciuti. E lo stesso vale anche per i veri obiettivi della Russia. Se Mosca vuole ristabilire l’integrità territoriale della Siria sarà molto difficile che ci riesca. L’80% dei sunniti sono contrari ad Assad, e quindi non si vede come si possa arrivare a una soluzione di questo tipo.

Gli Usa sembrano in stato confusionale. Secondo lei perché?