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Esteri

SCENARIO/ Sapelli: la lezione russa agli Usa

Xi Jiping e Barack Obama (Infophoto)Xi Jiping e Barack Obama (Infophoto)

L’atteggiamento della Malesia dimostra che la politica cinese non fa che accrescere i sospetti tra tutti gli stati confinanti con l’Impero di Mezzo, o che in qualche modo hanno rapporti con la Cina. Se si pensa al voto in Myanmar, ossia nell’antica Birmania, che confina a est con la Cina, a ovest con l’India e il Bangladesh e a sud est con il Laos e con quella nazione strategica del sud est asiatico che è la Tailandia (che è l’unica a non essere mai stata colonizzata), ben si comprende come tutta l’Asia dal Mare delle Andamane al Mare della Cina del Sud sia entrata in movimento, tanto più che le elezioni in Birmania sono le prime dopo cinquant’anni di dittatura militare. 

Anche lì si gioca una partita decisiva che l’Occidente ha sempre sottovalutato, preferendo riferirsi al nobile tema della libertà politica del Premio Nobel per la Pace Suu Kyi, sottoposta a ogni forma di repressione e di isolamento, che non ha impedito tuttavia lo sviluppo del suo partito che ha vinto le elezioni contro le altre formazioni politiche sorrette dai militari. L’orientamento di questi ultimi, tuttavia, diverrà determinante sul piano delle alleanze e sul peso relativo che avranno in questo senso o l’India oppure la Cina, con la Tailandia che, come sempre in tutta la sua storia, è destinata a svolgere un ruolo di mediazione tra le parti. Ruolo che sarà tanto più efficace se gli Stati Uniti riaffermeranno una volontà, non dico aggressiva, ma egemonica sulla regione. Volontà che pare l’unica forza in grado di diminuire la probabilità di conflitti militari e convenzionali. 

Del resto un insegnamento agli Usa dovrebbe venire da ciò che capita in Medio Oriente. I loro errori strategici, che hanno portato alla destatualizzazione della Libia e dell’Iraq, con l’Egitto che ha miracolosamente ritrovato lo state building grazie alle sue immense risorse nazionalistiche e al ruolo, mai abbastanza osannato, dei suoi militari, la crisi strategica degli Usa, dicevo, dovrebbe aprire un nuovo orizzonte all’ establishment della nazione che ancora decide le sorti del mondo. In questo senso l’intervento russo in Siria, e in generale nel Medio Oriente, non può che essere positivo. 

Intendiamoci: la questione militar-strategica dirimente non è tanto nei raid aerei contro l’Isis e le forze anti Assad, armate dagli Usa e dall’Arabia Saudita. L’elemento dirimente è stato ed è il lancio dei missili a lunga gittata dall’agile squadra navale operante nel Mar Nero, che ora detiene un retroterra solido e sicuro grazie all’annessione della Crimea. Se i nordamericani possono e debbono rifarsi a Theodore Roosevelt, Putin ha esplicitamente fatto riferimento a uno dei giganti del pensiero diplomatico, non solo sovietico ma anche poi russo, ossia Evgenij Maksimovich Primakov. Putin rese esplicito tutto ciò nel corso dell’orazione che tenne in occasione della sua morte il 26 giugno 2015.