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Esteri

GUERRA AL TERRORE/ Sapelli: ecco gli errori che "condannano" l'Europa

Lasciata sola dagli Usa, e a causa anche delle sue stesse scelte politiche ed economiche, l'Europa si sta sciogliendo come neve al sole. Il commento di GIULIO SAPELLI

François Hollande, Jean-Claude Junker e Angela Merkel (Infophoto)François Hollande, Jean-Claude Junker e Angela Merkel (Infophoto)

Mentre il mondo va in fiamme suscita un certo stupore leggere su una delle più importanti riviste del mondo, ossia sulla New York Review of Books nel numero del 5 novembre-10 novembre e nel numero 19 novembre-2 dicembre 2015, le due puntate di una lunga conversazione del presidente Obama con Marilynne Robinson, vincitrice del Pulitzer e autrice della cosiddetta "Gilead Trilogy" e soprattutto di The Givenness of Things: Essays che il Chicago Sun Times ha definito "una nuova squisita collezione di saggi che esamina la società moderna e i misteri della fede". 

Che un presidente degli Stati Uniti discuta di Givenness, ovvero di datità dell'essere, un tema che aveva già impegnato Heidegger per tutta la sua vita, riflettendo sul Dasein, può anche farci piacere e nello stesso tempo stupirci, tanto più che nella raccolta di saggi, di cui si discute su luminose meteore come Bonhoeffer, per esempio, e inquietanti riformatori come Calvino, Obama, nella Biblioteca dello Iowa, impegna tutto se stesso. E sottolinea proprio ciò che l'autrice americana, congregazionista convinta, sostiene con così rara efficacia d'aver recentemente suscitato l'ammirazione dell'Arcivescovo di Canterbury per l'importanza che assumono le sue parole di fede. 

Naturalmente, di fede, oggi, c'è molto bisogno. Ma dovremo chiederci due cose: in primo luogo, di quale fede; e poi quale sia il senso che l'uomo, che è certo considerato il più potente del mondo, con queste conversazioni, al mondo medesimo vuole trasmettere. Perché non c'è nulla da fare: se un presidente degli Stati Uniti parla, o pubblica, le sue parole, che lo voglia o no, sono rivolte al mondo. 

In queste due lunghe conversazioni, dove si parla dell'importanza dell'essere umano in se stesso e non come "cosa", dell'importanza della fede senza definirne l'ontologia, ebbene nelle lunghe pagine di questa conversazione non vi è una parola sul mondo e sulle angosce che lo pervadono. Obama pensa ai suoi cittadini che vorrebbe più consapevoli della loro "datità", più "fedeli" e "fiduciosi" e più "americani", con quell'elogio profondo che fa ai Padri fondatori dell'America e al fatto che attorno al loro mito si stiano raccogliendo anche i "nuovi" americani, in primo luogo i cosiddetti latinos. 

Confesso che sono rimasto stupefatto, perché queste conversazioni sono l'epifenomeno cangiante del ritiro degli Usa dal mondo, o meglio, del ritiro di Obama, e del suo desk office, dal mondo in fiamme. La sola parte del globo da cui sinora non ci si ritira, come ho già ricordato diverse volte, è il fronte asiatico e in primis quello del Mare del sud della Cina, dove gli Stati Uniti continuano a contrastare, isolotto per isolotto, miglio per miglio, l'aggressività militare dell'armata navale cinese e a tessere, come stanno facendo per esempio con la Malesia e con Myanmar, una nuova fitta rete di rapporti, pur tra le mille difficoltà di quelle democrazie o appena inveratesi, o difficilmente consolidatesi, oppure mai raggiunte in quella parte del mondo.