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VALERIA SOLESIN/ Come Marco Polo, è partita per scoprire e morta per vivere

Pubblicazione:mercoledì 25 novembre 2015

Valeria Solesin, vittima della strage di Parigi (Immagine dal web) Valeria Solesin, vittima della strage di Parigi (Immagine dal web)

Venezia senza Marco è come una città senza porto: toglietele il fascino dei suoi Marco e Venezia v'apparirà spoglia, come una donna disadorna, anche senza festa. Marco Polo è stato uno scrittore, viaggiatore e pure mercante, uno dei più grandi esploratori: giunse in Cina percorrendo la via della seta. Andò, conquistò, dopo 17 anni tornò: venne tumulato a Venezia, nella chiesa di San Lorenzo. Lui e l'altro Marco, quello dei Vangeli: nato non-veneziano, le sue spoglie furono trafugate con uno stratagemma da due mercanti lagunari che, nascondendole in una cesta di ortaggi e di carne da maiale, le portarono a Venezia, dove pochi anni dopo dettero inizio alla Basilica a lui intitolata. Pure la piazza: Piazza San Marco. Venezia, terra di partenze e di ritorni. Di memoria.

La memoria di Valeria Solesin, anche lei partita per scoprire, per scoprirsi, per diventare donna. Le note dell'Inno di Mameli e quelle della Marsigliese per una volta s'accordano, si armonizzano, quasi due pezzi di un unico spartito. Quasi che tra l'Italia e la Francia le Alpi, per una mattina, si fossero spostate per fare di due terre un'unica grande terra: la casa di Valeria, la terra della memoria di una ragazza partita come Marco Polo, sui suoi piedi, tornata come Marco l'Evangelista, sulla gondola di gondolieri listati a lutto. 

Non un funerale religioso, bensì laico: chi osa leggerci dell'ateismo implicito, mostra di fallire il bersaglio. Laico, per una volta, significa universale: non tanto una liturgia di fede esplicita, quanto un'occasione di fede implicita, un'adunanza di uomini e donne dalla buona volontà. Le medesime alle quali si faranno postini gli angeli nella notte del Natale: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14). Uniti nel nome di una ragazza per dire che Dio non c'entra nulla col terrore goliardo dei tagliagole: che nessuno, a qualunque Dio appartenga, osi aggrapparsi a lui per vederci radicata l'origine del male, la bontà dello sterminio. Chi ci prova, anche solo col pensiero, abita già la terra della bestemmia più cupa. 

Guardo il feretro di Valeria e m'inabisso negli occhi di tutta quella gente che s'è data appuntamento nella piazza, alla luce del sole: m'appare fra Cristoforo, nel mentre tenta di far ragionare invano don Rodrigo. Ne uscirà sconfitto, ma la sconfitta stranamente non lo distrugge. Il buon Manzoni racconta che «il padre Cristoforo arrivava nell'attitudine del buon capitano che, perduta senza sua colpa una battaglia importante, afflitto ma non scoraggito, sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga, si porta dove il bisogno lo chiede» (A. Manzoni, I promessi sposi). 


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COMMENTI
25/11/2015 - La Speranza non muore mai, come Valeria. (claudia mazzola)

Non è che ci stiamo dimenticando un pochetto di Gesù Cristo?

 
25/11/2015 - L'inferno di Pasolini (roberto castenetto)

Con tutto il rispetto per il dolore dei famigliari di Valeria Solesin, che forse chiederebbe silenzio, credo servano le ultime parole di Pasolini: "Voglio dire fuori dai denti che io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che viene con maschere e bandiere diverse. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione. Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato la “vita violenta”. Non vi illudete. E voi siete con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di quest’ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere sul delitto la vostra bella etichetta. A me questa sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa". Per vincere questo male non bastano gli inni nazionali o le parole umane. Padre Cristoforo ne ha fatto esperienza nel romanzo che non a caso ha a tema il male e la domanda sulla giustizia. Non so se a Venezia ci fosse una fede implicita, né che cosa sia. Certamente c'era un'impotenza di tutti e da questa bisogna partire per trovare la risposta vera alla domanda di giustzia.