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RISIKO/ Turchia, la triplice scommessa del nuovo "Impero ottomano"

Pubblicazione:lunedì 30 novembre 2015

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Dal punto di vista interno le conseguenze del "new deal" di Erdogan non sono tardate a farsi sentire. E' notizia di pochi giorni fa l'arresto di Can Dündar e di Erdem Gül, rispettivamente direttore e caporedattore del quotidiano di sinistra Cumhuriyet, denunciati dallo stesso presidente per aver documentato presunte forniture di armi da parte dei servizi segreti turchi ai ribelli siriani. L'incarcerazione dei due giornalisti è solo la punta di un iceberg di una morsa sempre più stretta contro ogni voce dissidente. Negli ultimi mesi sono aumentati esponenzialmente i raid condotti dalla polizia turca in varie redazioni, gli arresti e le espulsioni di giornalisti di diverse testate nazionali o straniere. La Turchia è uno dei paesi al mondo con il più alto numero di giornalisti in carcere. Secondo il World Press Freedom Index 2015, è al 149° posto (su 180 paesi) nella classifica mondiale sulla libertà di stampa. 

Ma è in politica estera che il disegno imperialista di Erdogan si fa più nitido e si riflette nei drammatici focolai di conflitto che interessano il quadrante mediorientale ed in particolare il dilaniato teatro siriano, in cui la politica di Ankara è stata fin dai primi tempi a dir poco ambigua, soprattutto per quel che riguarda i rapporti con il califfato islamico. Qui la leadership turca si è mossa — ad usare un eufemismo — con una certa fumosità, tra la necessità di rispondere agli appelli della comunità internazionale ad assumere una chiara posizione contro i boia dello stato islamico e lo spettro della possibile formazione di uno Stato curdo tra Turchia, Siria e Iraq. 

La Turchia ha aderito alla coalizione contro l'Isis nel luglio di quest'anno, ma l'allineamento non gli ha certo impedito di continuare ad adottare la politica del double talk,  bombardando, di fatto, più i curdi che gli islamisti. Secondo un report diffuso dall'Osservatorio siriano per i diritti umani la Turchia, nel primo mese di adesione alla coalizione, ha colpito 300 volte postazioni curde e tre volte quelle dello stato islamico. Come se non bastasse la Turchia non ha mai chiuso la frontiera con la Siria e tutte le attività politiche e militari di molti gruppi che operano in Siria, Isis incluso, sono state coordinate dalle province di Antakya e Gaziantep da cui entra, tra l'altro, il petrolio contrabbandato da Damasco. Tutto questo senza nessun appunto da parte degli "amici della coalizione" che pur di avere la geostrategica Turchia nel club degli alleati sono stati disposti a chiudere più di un occhio sulla partita truccata di Ankara.

E così Erdogan con una mano stringe quella di Obama aderendo alla coalizione anti-Isis, mentre con l'altra bombarda i ribelli curdi che combattono contro lo stato islamico, nel frattempo guarda con sfida Teheran per evitare che si creino le condizioni per un irredentismo curdo che potrebbe coinvolgere, oltre alla Turchia, la Siria, l'Iran e l'Iraq. 


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COMMENTI
30/11/2015 - articolo (ciro pica)

vien da domandarsi, a che pro vuole incoronarsi califfo? chi ha orecchi per intendere, intenda.