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SPY ISIS/ Petrolio e foreign fighters, ecco perché il califfo si "trasferisce" in Libia

Pubblicazione:martedì 1 dicembre 2015

Abu Bakr al Baghdadi (Infophoto) Abu Bakr al Baghdadi (Infophoto)

La Libia oggi è divisa tra due "governi che non governano". Da un lato il governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale ma con un peso specifico piuttosto limitato nel territorio, dall'altro quello di Tripoli, anch'esso tutt'altro che rappresentativo della maggioranza della popolazione. In mezzo, una pletora di tribù che governano su porzioni di territorio e di formazioni di miliziani armati. Se le tribù potrebbero rappresentare una criticità per l'espansione territoriale del califfato — visto che fino ad ora hanno dimostrato di non essere affatto inclini ad abbracciare la causa dello stato islamico o a lasciarsi sottomettere senza combattere — molte delle milizie e bande amate presenti sul territorio, invece, potrebbero costituire in bacino di reclutamento di tutto rispetto. E a proposito di bacino di reclutamento, va ricordato che l'ex Jamahiriyya ha dei confini estremamente porosi e per di più scarsamente controllati da cui far transitare jihadisti e neo-reclute, si pensi solo che la confinante Tunisia ha esportato più di 5mila combattenti in Siria ed in Iraq dal 2011 ad oggi. 

Davanti a questo quadro, per certi versi "allettante" per i boia del califfato, non stupisce che i suoi vertici abbiano pensato alla Libia come la "seconda casa" in cui rifugiarsi dopo avere abbandonato il caotico e affollato teatro siro-iracheno. 

Da questo punto di vista sarebbero sempre più credibili le voci, provenienti da alcune milizie di Misurata (e riportate anche dal Wall Street Journal), che parlano di un esodo in corso della leadership dell'Isis in territorio libico. Naturalmente i vertici del califfato prima dell'arrivo starebbero predisponendo una calorosa accoglienza, convogliando a Sirte un vero e proprio fiume di reclute straniere. 

Insomma, mentre tutti i riflettori sono puntati sulla Siria l'Isis potrebbe preparare il grande colpo, lasciando (almeno per un po') il teatro siriano libero per i giochi di potere e per le scaramucce da "prime donne" delle grandi potenze internazionali, per colpirle, però, alle spalle proprio dalla Libia.



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