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GUERRA AL TERRORE/ Oltre a uccidere, l'Isis fa politica: ma nessuno se n'è accorto

Abu Bakr al Baghdadi (Infophoto) Abu Bakr al Baghdadi (Infophoto)

L'Occidente è un obiettivo di più lungo termine, ma l'Isis può cominciare a gettare il seme del suo progetto nelle comunità islamiche lì presenti e trarre da esse combattenti, che noi definiamo foreign fighters, ma che per loro non sono stranieri, bensì fratelli nella fede che vanno a combattere per la difesa e l'espansione del califfato.

Anche la lunga serie di attentati rientra in una logica di guerra, che è manifesta, per esempio, nell'attentato a Beirut, diretto contro le milizie Hezbollah che combattono in Siria a fianco di Assad, ma anche nell'abbattimento dell'aereo russo nel cielo di quella parte del Sinai sotto il controllo dell'Isis o di suoi alleati.

In questi attacchi è però sempre presente anche un aspetto politico, particolarmente evidente negli attentati in Turchia, quello di Suruc a luglio (33 morti) e quelli di Ankara dell'inizio ottobre (120 morti). Gli attacchi sono stati condotti contro curdi e loro sostenitori, cioè i principali nemici dell'Isis in Siria e Iraq, ma essi hanno di fatto favorito la conquista della maggioranza assoluta da parte di Erdogan nelle successive elezioni. L'Isis ha così evitato il pericolo di un governo di coalizione con la partecipazione del partito curdo, fino a quel momento in forte ascesa, e ora l'esercito e l'aviazione turchi risultano più attivi contro i curdi, non solo i separatisti del Pkk, che contro le milizie islamiche. E' di qualche giorno fa la notizia dello sconfinamento in Iraq di militari turchi nelle zone controllate dai curdi.

Negli attentati di Parigi è difficile scorgere un fattore militare, anzi, sono stati proprio gli attentati a indurre il governo francese a partecipare ai bombardamenti in Siria. Tuttavia, gli attentati sono stati effettuati con modalità tali da escludere l'opera di gruppi solitari, solo ispirati all'Isis, e fanno pensare, se non a una vera e propria direzione, quantomeno a un coordinamento con lo Stato islamico.

Se non fosse stato sventato il piano originale di far esplodere le bombe all'interno dello stadio, gli effetti sarebbero stati disastrosi e avrebbero messo a repentaglio la vita dello stesso presidente francese. In questa prospettiva, il colpo inferto sarebbe stato tale da far considerare la rappresaglia dei bombardamenti un prezzo del tutto sostenibile.

L'esito dell'operazione è stato ad ogni modo rilevante, inducendo i media a parlare di un 11 settembre europeo, e la decisione di Hollande di cooperare con Putin, scavalcando Ue e Washington, ha inserito un'ulteriore crepa nel già diviso Occidente. La creazione di uno Stato islamico in Libia sta creando ulteriori gravi problemi all'Europa e soprattutto all'Italia, sempre più incapaci di disegnare una comune strategia. E la Libia non sarà, purtroppo, l'ultima tappa di questo tragico viaggio.

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