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Esteri

GUERRA AL TERRORE/ Oltre a uccidere, l'Isis fa politica: ma nessuno se n'è accorto

Diventa sempre più evidente come lo stato islamico abbia una propria strategia a livello globale, pur non convenzionale, che sembra però trovare impreparato l'Occidente. CALEB J. WULFF

Abu Bakr al Baghdadi (Infophoto)Abu Bakr al Baghdadi (Infophoto)

Dopo i tragici eventi di Parigi in Europa si è cominciato a parlare non più di "semplici" attentati terroristici, ma di una vera e propria guerra dell'Isis contro l'Occidente. Diventa quindi sempre più necessario arrendersi alla realtà e considerare ciò che è realmente l'Isis, uno Stato, che non può essere esorcizzato chiamandolo "sedicente", uno Stato che ha intrapreso una guerra di lunga durata e il cui obiettivo principale non è neppure l'Occidente, almeno per il momento.

Recentemente il quotidiano inglese The Guardian ha analizzato una serie di documenti ufficiali dell'Isis, pervenuti attraverso vari canali, dai quali risulta chiaramente il progetto di dotare il califfato di tutte le strutture tipiche di uno Stato, a partire da un'efficiente amministrazione e da un vero e proprio esercito organizzato, non più solo milizie.

E' stato costituito una sorta di ministero dello welfare, basato sulle entrate della zakat, la decima che ogni musulmano deve versare, e si sta cercando di contrastare la corruzione, male endemico di quelle regioni. Gli interventi, cioè, che a Gaza fecero vincere le elezioni ad Hamas sul laico — ma corrotto — Fatah.

Particolare attenzione viene poi data all'educazione, sia pure con connotati molto confessionali, all'apparato statale, all'economia, alle infrastrutture, con l'obiettivo dichiarato dell'autarchia, senza dover ricorrere in niente ad altri.

Oltre quelli derivanti dall'intensificarsi dei bombardamenti, l'attuazione del progetto incontra molti ostacoli, come il fatto di dover gestire territori appartenenti a due Stati diversamente organizzati, Siria e Iraq. Per rendere possibile una gestione unificata è stata costituita una nuova provincia che comprende i territori a cavallo del vecchio confine.

Il Guardian cita anche il generale in pensione Stanley McChrystal, già comandante delle forze della coalizione in Afghanistan e che nel 2006 aveva guidato in Iraq l'operazione che aveva portato all'uccisione di al-Zarqawi, uno dei fondatori dell'Isis. Secondo il generale, l'Occidente commetterebbe un grave errore se continuasse a ritenere l'Isis solo "una banda di assassini psicopatici". Lo era anche Hitler, ma ciò non ha impedito che la Germania nazista fosse un vero Stato ben organizzato.

In questo disegno, un ruolo importante gioca il califfato, istituzione che suona bizzarra per l'Occidente, come fosse una ripresa del Sacro Romano Impero, ma che non è bizzarra per una parte non indifferente della umma, la comunità universale sunnita, anche per chi non riconosce l'autorità di califfo ad al-Baghdadi, ma che potrebbe riconoscerla a qualcun altro.

I primi nemici dell'Isis, perciò, sono tutti quelli, musulmani o no, che non accettano questo progetto e il conseguente obiettivo di costituire uno Stato islamico là dove possibile all'interno del mondo sunnita. Per il momento, la contiguità territoriale non è indispensabile e, quindi, ben venga un simile Stato in Libia, in Nigeria o Somalia.