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Esteri

LIBIA/ Egitto, Turchia e califfato "smontano" il ruolo dell'Italia

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Nonostante la deriva del paese fosse oramai chiara a tutti, la Libia è assurta a questione prioritaria nelle agende delle cancellerie internazionali solo negli ultimi caotici giorni, dopo mesi di stallo in cui si è preferito lasciare in mano al debole (per usare un eufemismo) Bernardino Léon la gestione di una situazione che, evidentemente, non è mai stato in grado di controllare davvero. Le cause di questo strano "risveglio" sono diverse e non prettamente riconducibili a una, seppur tardiva, presa di coscienza della necessità di portare un po' di ordine nel failed State. Le motivazioni, in realtà, sono di ordine più "pragmatico", dettate, se così vogliamo dire, da calcoli geostrategici e dalla vecchia logica della realpolitik. 

In primo luogo il timore che alcuni attori regionali (vedi la Turchia vicina a Tripoli e l'Egitto vicino a Tobruk e soprattutto ad Haftar, solo per citare alcuni esempi) potessero approfittare del caos interno per poggiare i propri "stivali" nell'area, ha fatto correre almeno un brivido lungo la schiena a molte delle potenze internazionali impegnate nella vicina Siria. In secondo luogo, poi, l'azione della coalizione in Siria e Iraq sarebbe stata "monca" senza l'inclusione del tassello libico, una fetta "golosa" della grande torta levantina e nordafricana su cui vorrebbero mettere le mani molte potenze regionali e internazionali.

In questo ennesimo, grande caos prende vita l'ambiziosa road map per la ricostruzione della Libia discussa e siglata il 13 dicembre a Roma e che ha poi visto nella firma dell'accordo per un governo di unità nazionale tra rappresentanti dei due governi di Tripoli e Tobruk dello scorso giovedì a Skhirat, in Marocco, un ulteriore passo in avanti. Uno step necessario per un intervento della coalizione — che oramai pare inevitabile — ma non sufficiente per poter dire che in Libia potrebbe tornare a brillare almeno uno spiraglio di luce tra le macerie delle città contese. 

Le criticità sono molte a partire dall'ormai nota questione della scarsa rappresentatività dei due governi che, è sempre più evidente, sono solo due attori all'interno di un frammentato risiko di altri protagonisti e altre comparse che si muovono in uno scenario di equilibri estremamente mutevoli e magmatici. Potrebbe, anzi, esserci il rischio che alcuni gruppi, come ad esempio Fajr Libya, che si sono mostrati a volte allineati con il governo di Tripoli, non accetteranno senza colpo ferire un accordo con il nemico giurato di Tobruk. Molte di queste fazioni, addirittura, potrebbero disconoscere il vecchio alleato per abbracciare, magari, posizioni più estremistiche. 

Resta poi ancora aperta la spinosa questione del generale Haftar. Molte delle milizie finora fedeli a Tripoli vorrebbero la testa di Haftar e dei suoi generali su un piatto d'argento, inorridendo alla sola idea di un suo qualunque ruolo nel nuovo futuro governo tripolino, mentre una buona parte dell'area di Tobruk (nonché dei suoi alleati internazionali, al-Sisi in primis) lo considera un leader oramai indispensabile. Da questi presupposti sarà davvero possibile procedere alla creazione di un vero (e soprattutto legittimato) governo di unità nazionale entro 40 giorni?