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LIBIA/ Egitto, Turchia e califfato "smontano" il ruolo dell'Italia

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Se da un punto di vista interno la situazione è quantomeno caotica, non va meglio sul piano internazionale in cui permangono tanti dubbi legati a questa strana "alleanza di Roma". Il piano siglato il 13 dicembre vede, infatti, la firma di vari attori (tra cui Russia, Egitto, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, etc.) che in questo momento non vanno proprio d'amore e d'accordo e che hanno dimostrato, già nella crisi siriana, le proprie divergenze di vedute. Ora, se è vero che, al momento, sembra prevalso il buon senso, o per meglio dire la realpolitik del minimo comune denominatore, chi può garantire che l'Egitto di al-Sisi, fin qui il burattinaio che ha mosso i fili della Libia di Haftar (assieme alla Russia e ad altri petrolmonarchi del Golfo) e la Turchia del Sultano, da tempo sponsor di Tripoli, mettano da parte le vecchie incomprensioni in nome della stabilità della Libia e della lotta al califfato, che peraltro molte delle potenze firmatarie hanno spesso sostenuto più o meno direttamente in Siria?

Insomma, il percorso di questo anelato "nuovo state building libico" (che forse dovrebbe essere preceduto da un processo di nation building) appare lungo e irto di ostacoli. Se davvero, come sembra, l'Italia, troppo spesso considerata "il ventre molle d'Europa", vorrà prendersi la sua rivincita ed avere un ruolo di player primario in questa coalizione, non tanto per orgoglio nazionale quanto soprattutto per difendere i propri interessi economici e di sicurezza interna legati alla sponda libica, quella che si troverà davanti, più che una sfida, appare quasi una "mission impossible".

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