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DIARIO UGANDA/ Rose Busingye: nelle mie donne malate di Aids, il metodo di Dio

Giocare a pallone e mangiare insieme a donne malate. E' questo il metodo di Dio che si manifesta con il Natale, riconoscere il proprio nulla e Lui che ci fa. ROSE BUSINGYE

Rose Busingye (Foto d'archivio) Rose Busingye (Foto d'archivio)

Si commuove quando le chiediamo se è al corrente di questo episodio accaduto nei giorni scorsi e che ha impressionato tutto il mondo, quei musulmani che hanno rifiutato di lasciare soli i cristiani che viaggiavano con loro su un autobus fermato dagli islamisti somali, salvando così la loro vita. Rose era in Italia in quei giorni e vuole sapere esattamente cosa è successo. "Questa cosa è la dimostrazione che Dio vince su tutto" commenta. "Quando abbiamo incontrato il papa in mezzo a noi c'erano anche dei musulmani che dicevano che Francesco non è solo il papa dei cattolici, ma lo è di tutte le religioni. Questo è impossibile da dire se non perché Lui ha già vinto, anche sulla morte. Non si può spiegare, si può solo gridare". Rose, nota in quasi tutto il mondo per la sua attività, da anni dedica la sua opera a donne malate, abbandonate, sfruttate. Storie di miseria e povertà redenta: "Non ci interessa condividere alcunché con loro, ci piace stare con loro perché ci insegnano a guardare a Gesù con semplicità. Ci mostrano che lo sguardo di Gesù è sempre rivolto a noi, che qualunque condizione può essere riscattata". Per questo, il giorno di Natale, lo passeranno con le "loro donne" a mangiare e anche giocare a calcio: perché Gesù passa anche da lì, da una partita di pallone tra donne.

Come passerete questo Natale, come lo passeranno le donne che curi e che segui tutti i giorni?

Quest'anno per la prima volta io e le persone che vivono con me porteremo le nostre donne a messa nella nostra parrocchia poi staremo con loro a mangiare. Cucineremo insieme, giocheremo anche a calcio e mangeremo tutte insieme.

Come è nata questa idea?

E' nata perché abbiamo scoperto che stando con loro ci divertiamo. Stare con queste persone povere, malate, con le loro debolezze ci aiuta a riconoscere che c'è qualcosa di più grande che va anche al di là della malattia.

Condividere con loro un momento come il Natale?

No, non è condividere. E' guardare quello che guardano loro. Vogliamo imparare la loro semplicità nel riconoscere Gesù. Vogliamo riconoscerLo nelle cose semplici come cucinare e mangiare insieme. 

Gesù si manifesta nella normalità del quotidiano, è così?

Sì, nella normalità del vivere insieme. Guardando il niente che sono queste donne possiamo riconoscere la nostra fragilità, il nostro stesso essere niente. E' questo il metodo di Dio, loro ci aiutano a riconoscerlo. La malattia, la povertà: non c'è nulla che impedisce di stare con Lui. 

Tu parli spesso del sentirti guardata da Gesù. Come te ne sei accorta la prima volta e come mai tanti di noi non sentono questo sguardo?

Se uno è sincero con se stesso capisce di non essere niente. A me è successo di sentire questo sguardo la prima volta che ho parlato con Giussani. Io allora vedevo solo il mio niente che avanzava in me, pensavo di non avere spazio nel cuore di Dio, mi sentivo indegna di Lui. Giussani mi ha detto: lo sai che anche se eri l'unica persona sulla terra lui veniva lo stesso per te e moriva per te perché il tuo niente non andasse perso?

Cosa è scattato dopo quelle parole?