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DIARIO BURUNDI/ Un bimbo malformato e la "rivoluzione" del piccolo Salvatore

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No, non si può proprio dire che il mondo è lo stesso. Nella neonatologia abbiamo una sola incubatrice funzionante, quando manca l'elettricità la mamma sa già che deve togliere il piccolo, magari di un chilogrammo, e metterselo sul seno, la mamma-canguro, il modo migliore per riscaldarlo col calore del corpo e l'amore di mamma. Guardando questi piccolini non si può non pensare a quel Natale che ha cambiato la storia, non molto diverso dal mio natale quotidiano.

Spesso penso a quella bella poesia di Eliot, "Il Viaggio dei Magi", quando dice "ci trascinammo per tutta quella strada per una Nascita o una Morte?".

Come è successo un giorno, quando ci hanno mandato da un altro ospedale un neonato di poche ore con una grave malformazione all'encefalo. Il piccolo respira, piange, si fa fatica a tenerlo in braccio per la grossa massa. La letteratura dice su casi simili che se anche fosse possibile l'intervento neurochirurgico (qui non se ne parla!) le possibilità di sopravvivenza sarebbero bassissime. Questo mi consola un po', se così si può dire, perché spesso si potrebbe fare qualcosa altrove, ma qui non ci sono mezzi ed ogni giorno si fa esperienza del proprio limite. Allora cerco di spiegare alle infermiere, e poi alla mamma, che anche se non lo si può guarire è un bambino che ha bisogno di affetto, di cure, come qualche goccia di glucosata, ma non serve traumatizzarlo con flebo, iniezioni, cateteri vari che sembrerebbero i "veri" interventi. Chiediamo alla mamma se desidera battezzarlo, la mamma acconsente e sceglie il nome "Salvatore". Chissà se ha veramente coscienza del nome dato. Questo piccolo è il nostro Salvatore. Ci ricorda che la vita non ce la diamo noi, non dipende da noi.

Così "Salvatore" riceve il battesimo nella "chiesa" che è la nostra neonatologia, con il popolo delle mamme intorno perché il battesimo consola, rappacifica e spesso accade che le altre mamme che sono sedute ad allattare i loro bambini in coro sommesso si aggiungano alla preghiera.

Dopo due giorni è ancora vivo. La mamma dice: cosa faccio qui?, vado a casa. Vedo che la mamma se lo tiene come terrebbe qualunque bambino normale, non fa molti ragionamenti su patologie, prognosi, terapie. Per portarlo a casa ha solo i suoi stracci che servono da gonna, scialle quando fa freddo, allora cerco, tra le cose che ho portato nella valigia, dono delle nostre mamme o lavoro delle nostre nonne, un cappellino un po' grande, che possa contenere la testa del bimbo, poi vado a cercare la copertina nel mio studio. Ho una scorta di copertine che di solito do alle mamme che hanno i gemelli perché è difficile avere i vestitini per due. 



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COMMENTI
26/12/2015 - Ethan e Salvatore: due "Gesù Bambini"... (Giuseppe Crippa)

Oggi Chiara (Mezzalira), ieri Elvira (Parravicini). Così lontane (in Burundi e negli Stati Uniti) ma così vicine nell’amore a tutti i bambini che nascono e soprattutto a quelli che non possono sopravvivere… Grazie per il bene che fate anche a noi che vi leggiamo da qui!