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SCENARI/ Sapelli: ecco la "strategia" di Putin che Europa e Usa non hanno capito

Per GIULIO SAPELLI, Usa ed Europa non hanno ancora compreso pienamente che la Russia sta seguendo una politica estera all'insegna della sindrome dell'accerchiamento e dell'isolamento

Vladimir Putin (Infophoto) Vladimir Putin (Infophoto)

La Nato rafforza militarmente il fianco Sud, ossia riarma la Turchia dimentica dei conflitti passati e lo fa con un forte accento anti-russo, rimarcando che l'antemurale ottomano, nonostante tutti i conflitti di secondo grado, acquista valore dinanzi al conflitto di primo grado, ovvero al sempiterno ritorno alla Guerra fredda che ispira gli Usa e l'Europa. Il tutto stona con le polemiche energetiche e le accuse di doppio-giochismo che hanno investito la Germania in un'Europa sempre più divisa e che produce crepe da tutte le parti.

L'incomprensione della storia russa diviene decisiva con un cumulo di errori "transatlantici" che si continuano a compiere e che occorre evitare se non si vuole indebolire il fronte anti-terroristico internazionale che ha sempre più invece bisogno di coesione e coordinamento. La Russia ha raggiunto la sua unificazione secolare sempre via via lottando contro nemici esterni. A partire da Alessandro il Grande, l'aristocrazia russa raccolta attorno ai suoi zar ha lottato contro le potenze nello spazio euroasiatico che contrastavano l'espansionismo zarista con una serie di successive guerre. Esse hanno visto la sconfitta di potenze come la Svezia e l'Impero Ottomano e, a partire  dal Novecento, hanno tuttavia disvelato il culmine possibile dell'ampliamento territoriale russo, a Est con la sconfitta con il Giappone del 1905 e a Ovest con la vittoria nella Seconda guerra mondiale giungendo sino a Berlino nel 1945, ma non potendo spingersi oltre, come dimostrarono gli avvenimenti che condussero al crollo dell'Urss. 

L'emersione della Cina e dell'India ha messo in discussione dopo la fine della Seconda guerra mondiale la possibilità di proseguire l'espansione nel cuore dell'Heartland, come la disfatta in Afghanistan disvelò impietosamente, fiaccando definitivamente l'Impero sovietico. Dopo il crollo dell'Urss, la sindrome dell'accerchiamento e dell'isolamento è tornata a essere la stella polare della politica estera putiniana. Essa segue la tradizione dell'Imeo, la grande scuola diplomatica di cui Lavrov è l'ultimo esponente. Essenziale è non avere nemici ai confini dell'Impero. Di qui l'odierno impegno in Medio Oriente ostacolando l'estremismo islamico sunni-saudita e qatarino ed elevando un antemurale strategicamente forte che contrasti gli impulsi eversivi che promanano sub specie Isis dal già fragile equilibrio saudita. 

Esso trova negli Usa, nella Francia e nel Regno Unito alleati e interlocutori, uniti solo nell'obbiettivo di contenere in Nord Africa sia potenze minori come l'Italia, sia la Russia medesima protesa a difendere la sua presenza nel Mediterraneo. Se si tiene conto che l'accordo sino-russo non è strategico ma eminente commerciale e non ha prospettive espansive per ragioni storiche anch'esse secolari, la ricerca della sicurezza ai confini non geografici ma strategici passa per la Russia in primo luogo per un accordo di lungo periodo con l'Egitto (sempre perseguito), un saldo rapporto con Israele e un forte contrasto delle mire imperialistiche neo-ottomane di una Turchia che aspira a disegni imperiali che si scontrano o con il suo storico sistema di alleanze o con il problema acuto che complica anche la lotta che si vede costretta a perseguire contro lo scisma sunnita combattente per impedirne il dilagare nel Caucaso.