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Esteri

ISLAM/ Il dialogo tra cristiani e musulmani? Aspettiamo altri re di Giordania

Rania di Giordania (Infophoto)Rania di Giordania (Infophoto)

Viene così posta in una diversa luce anche la coincidenza di ricorrenze di cui si parlava all'inizio: per i musulmani la nascita di due profeti, evento che si differenzia solo per la diversa importanza tra Maometto e Gesù; per i cristiani, da un lato la nascita del Verbo incarnato e dall'altro la nascita di un fondatore di religione che fin dall'inizio si è dimostrata avversa al cristianesimo, così come all'ebraismo.

Ciò non significa che non bisogna instaurare un dialogo, ma sottolineare che un dialogo in cui la controparte non viene descritta appropriatamente, per ignoranza o convenienza, e vengono taciute differenze ineliminabili non serve a nulla. I musulmani hanno su di noi idee molto chiare e, come per gli ebrei, ci definiscono il "popolo del Libro", cioè della Bibbia. Ma la Bibbia è un libro scritto dagli uomini, per quanto ispirati da Dio, il Corano è parola diretta di Dio, dettata dall'arcangelo Gabriele direttamente a Maometto nel corso di anni, dal 622 al 632. I veri credenti non possono quindi che essere i musulmani, mentre ebrei e cristiani sono rimasti fermi al Libro e non hanno ancora terminato il loro viaggio. Devono essere quindi "protetti" fino a che anch'essi completino il viaggio e raggiungano la vera fede. In termini di società civile, lo stato di protetti (dhimmi) li rende cittadini di serie B, subordinati ai musulmani.

Anche il cristianesimo ha avuto per secoli i propri dhimmi, gli ebrei, ma ha saputo recuperare alla fine il vero rapporto che i cristiani hanno e devono avere, proprio perché cristiani, con il popolo eletto.  

Rimane da vedere se è possibile per il mondo musulmano, non solo per qualche capo di Stato come il re di Giordania, ma per tutta la umma — la comunità musulmana — rinunciare a un rapporto di dominio verso coloro che vengono considerati non veri credenti e, punto fondamentale, se questo è compatibile con l'islam.

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