BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Esteri

GUERRA AL TERRORE/ La "babele" che lascia indifesa l'Europa

InfophotoInfophoto

È perfino banale allora dedurre da quanto scritto che un esercito europeo non è un opzione, ma una necessità. Come ha il sapore dell’ovvietà constatare che non serve un esercito comune senza una politica estera europea, oggi acefala (o multicefala che fa lo stesso) e insignificante nel mondo. O che se non ci si vuole limitare a una terapia meramente sintomatica contro il cancro Isis occorre una soluzione in Siria, militare e politica, in uno scenario dannatamente complesso che nessuno Stato europeo può lontanamente provare a determinare da solo. E non è forse altrettanto lapalissiano che senza un intelligence europea siamo tutti più vulnerabili? Per usare le parole di Guy Verhofstadt al Parlamento europeo, il terrorismo non ha frontiere e non può averlo neanche il suo contrasto. Nella notte tra il 13 e il 14 novembre, Salah Abdeslam, ottavo componente del commando di morte di Parigi, conosciuto alle autorità belghe, viene fermato sull’autostrada che collega Parigi a Bruxelles, ma la polizia francese - che aveva accesso al casellario giudiziario belga grazie al sistema di condivisione delle informazioni di Schengen (Sis) ma non alle informazioni di intelligence - non l’ha arrestato.

Tutto ovvio. Tutto facile. Tutto evidente. Ma perché allora ci muoviamo nella direzione opposta? Paradossalmente, nelle prime analisi sulla stampa internazionale sugli effetti di quanto è successo a Parigi, si dà per scontato un ulteriore ripiego dell’opinione pubblica su posizioni autarchiche e nazionaliste a cui illusoriamente chiedere sicurezza. La Le Pen viene ad esempio data in vantaggio in Francia alle prossime presidenziali. E dappertutto in Europa è noto non spirino venti di particolare empatia con l’approfondimento dell’Unione e la devoluzione di poteri al centro. La vittoria di movimenti euro-scettici coincide poi con la vittoria di partiti poco inclini alle riforme strutturali nei singoli paesi - per definizione poco apprezzate dai partiti populisti -, conditio sine qua non al progredire del processo d’integrazione in una spirale che tenderà ad autoalimentarsi. Eppure l’Europa avrebbe ottimi argomenti per contrastare tali derive. Il problema è che non ci prova neanche. Non è capace di spiegare alla gente le sue ottime ragioni, di spiegare dove si vuole andare e perché. Non ha uno story telling positivo da contrapporre alla disgregazione. Alla sua nascita l’aveva, quanto meno quello della promessa mantenuta di una pace tra i popoli europei di cui non si aveva memoria e di benessere. Oggi avrebbe ancora delle tesi robuste da svolgere, ma non ha narratori ne divulgatori. Neanche politici, se si escludono le vuote giaculatorie. 


COMMENTI
06/12/2015 - commento (francesco taddei)

la soluzione è un coordinamento maggiore e un'intesa sugli interessi in ballo. non può essere l'annullamento degli stati nazionali in un supergoverno a guida anglofrancotedesca caldeggiato dagli europeisti a prescindere nostrani. che fanno così perché senza indentità.