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Esteri

CHI E' ERDOGAN?/ Il "sultano" pronto a costruire chiese (per i voti)

Per la stampa europea è ormai "il sultano". Si dice che voglia costruire un nuovo "impero". In occidente però, chi sia davvero Recep Tayyip Erdogan non è chiaro. NIHAL BATDAL

Recep Tayyip Erdogan con Vladimir Putin lo scorso settembre (Infophoto)Recep Tayyip Erdogan con Vladimir Putin lo scorso settembre (Infophoto)

Per la stampa europea è ormai "il sultano". Ha abbattuto un jet militare di Mosca. E' accusato di fare affari con lo stato islamico. Sta re-islamizzando la Turchia. Ha aperto ai profughi la via balcanica verso l'Europa. Nel 2014 ha accolto papa Francesco, ma pochi mesi dopo lo ha ammonito a "non fare più quell'errore" sulla questione armena (cioè chiamarla genocidio). Si dice che voglia costruire un nuovo "impero". In occidente però, chi sia e cosa voglia davvero Recep Tayyip Erdogan non è ancora chiaro. Ne abbiamo parlato con Nihal Batdal, osservatrice turca, esperta di problemi mediorientali.

Erdogan è una figura sempre più controversa. Può essere accostato a Mustafa Kemal? Come il primo, identifica se stesso con il paese. I conti però non tornano, perché Atatürk era fautore di un nazionalismo a forte impronta laica, mentre Erdogan viene accusato di volere una re-islamizzazione del paese.
Ho visto che sulla stampa si cercano spesso le somiglianze e le differenze tra Atatürk e Erdogan, ma secondo me non viene sottolineata la differenza più importante. Diversamente da Atatürk e dalla sua politica, dal 2002, cioè da quando è al potere, Erdogan non ha quasi mai avuto un solo motto (quello dell'Akp è "una nazione, una bandiera, una terra, uno stato", ndr) né nazionalista né islamico. 

Ma allora è o non è in atto una islamizzazione della Turchia, come si dice attualmente in Italia?
L'islam è ovviamente al centro del discorso di Erdogan, però l'aver dato via libera alla costruzione di una chiesa cristiana, come pure l'aver ricevuto il Papa (fine novembre 2014, ndr) sono mosse meno islamiche e più laiche. Non da ultimo, le trattative con Ocalan per un eventuale cessate il fuoco tra il governo e il Pkk sono state criticate pesantemente dall'ala nazionalista. Però, quando il Papa ha usato la parola "genocidio" a proposito degli armeni, sappiamo benissimo qual è stata la reazione di Erdogan. Infine dopo le elezioni del giugno 2015 la sua disponibilità al dialogo con i curdi è terminata e ha cominciato a bombardare le basi del Pkk. Quella di Erdogan è innanzitutto una politica mutevole.

Ma quali sono i principi che ne orientano le decisioni?
Essenzialmente uno, raccogliere più voti possibili. Per capirlo occorre tornare al referendum del 2010, quello che puntava a modificare la costituzione antidemocratica del 12 settembre 1980 (data del colpo di stato militare, ndr). Credo sia molto importante concentrare l'attenzione sul movimento politico "Non basta ma sì" (Yetmez ama evet), a cui avevano aderito tanti intellettuali anche di sinistra, artisti, scrittori, per sostenere il cambiamento costituzionale promesso da Erdogan. Con il sì al referendum, Erdogan garantiva più libertà ai curdi, alle minoranze religiose, descriveva un paese più aperto, come tanti desideravano da un bel po' di tempo. 

E poi cos'è cambiato?