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Esteri

IL CASO/ Belgio, i jihadisti a processo fanno l'occhiolino all'Italia e alla Libia

In Francia, dopo l'attentato a Charlie Hebdo (Infophoto)In Francia, dopo l'attentato a Charlie Hebdo (Infophoto)

E perché non si debba, ad ogni processo che si apre, spiegare ad ogni collegio giudicante come funziona il jihadismo, chi è il jihadista, chi è il reclutatore e così via, come i vari processi in Italia contro il radicalismo hanno dimostrato negli anni. 

Occorrono, in sostanza, norme certe e condivise a livello europeo e giudici formati appositamente per contrastare un fenomeno europeo, che mira ad espandere il radicalismo jihadista in tutto il suolo d'Europa. E magari del resto del mondo, visto che mentre dialoga con l'Europa il signor Erdogan tratta per la costruzione di una moschea addirittura nella lontana Cuba, sfruttando il tappeto rosso steso dall'azione di Obama. Creando una sorta di gara con l'Arabia Saudita per chi debba per primo mettere piede lì e costruire l'opera più grande. Bruxelles su questo deve metterci la faccia, così come dovrebbe metterla sul traffico di migranti, sulle stragi del mare e sulla situazione libica che è il vero nodo cruciale di molti dei problemi legati all'immigrazione in Europa: non è più accettabile vedere che a trattare con Putin per la tregua in Ucraina vadano la Merkel e Hollande invece di tutta l'Europa, visto che essi non rappresentano altro se non i rispettivi Paesi. 

Se l'Unione non ha la forza di parlare con una voce sola sul terrorismo, sul jihadismo, sull'Ucraina, sulla Libia o su Isis allora da Bruxelles ci si spieghi a cosa serve un'entità solo monetaria che non riesce a divenire anche politica. Il terrorismo è un problema comune di tutti e ad oggi, con l'infiltrazione jihadista giunta a livelli virali, non possiamo più permetterci un'Unione basata solo sulla finanza e spesso incapace di distinguere, quando approva un finanziamento, fra un'associazione culturale e un gruppo estremista. 

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