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CAOS LIBIA/ Se il vero rischio non è l'Isis ma i jihadisti di casa nostra

Pubblicazione:domenica 15 febbraio 2015 - Ultimo aggiornamento:martedì 17 febbraio 2015, 13.29

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Da ieri l'Italia fa parte dei nemici dichiarati dell'Isis, che ha definito il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni,  "ministro dell'Italia crociata". "La Libia è uno Stato fallito — aveva detto l'altro ieri il capo della Farnesina, a commento dell'avanzata dei jihadisti in Libia — e l'Is può avere un buon gioco. L'Italia insieme all'Onu promuove una mediazione tra le diverse forze, se non si ottiene l'obiettivo bisogna ragionare con l'Onu sul da farsi. L'Italia è pronta a combattere nel quadro della legalità internazionale". Parole allarmanti, peraltro confermate dal presidente del Consiglio Renzi ("Italia pronta a fare la propria parte nell'ambito di una missione Onu").
Venerdì i jihadisti libici che si riconoscono nello stato islamico hanno occupato una stazione radio nella città di Sirte, dopo che altri centri e (da novembre) la roccaforte di Derna sono nelle mani del califfato. Ne abbiamo parlato con Andrea Margelletti, presidente del Cesi (Centro studi internazionali) proprio al termine di un suo incontro con il ministro degli Esteri.

Sapevamo che Derna era già nelle mani dell'Isis, ora i jihadisti dello stato islamico avrebbero occupato anche Sirte. Qual è il quadro della situazione in suo possesso?
Non mi pare che nella realtà sia cambiato granché. Una cosa è l'Isis iracheno e siriano, una realtà inscritta in un determinato territorio, un'altra cosa è una realtà che sta a migliaia di chilometri di distanza.

Anche se queste realtà sventolano la bandiera nera dell'Isis e trasmettono via radio la voce di al-Baghdadi?
Gruppi libici hanno accettato di essere sotto la bandiera dell'Isis, ma la chiave di lettura è locale. Si tratta di una espansione politica dello stato islamico, non di una sua espansione territoriale. Si diffonde l'idea, non le persone. 

In altri termini?
Ciò che a prima vista appare come un'improvvisa accelerazione, di fatto è l'espansione politica di un modello che, dal suo punto di vista, "funziona". Infatti attrae tanti musulmani anche in occidente.

Sui giornali leggiamo che a Tobruk ci sarebbe lo stato libico legittimo, con politici eletti e un governo riconosciuto. Le risulta?
Possiamo parlare al massimo di frazioni di stato. Il sud del paese è ormai "aperto" ed è nelle mani dei guerriglieri che combattevano in Mali e in Mauritania. Nel nord vi sono diverse realtà jihadiste, spesso anche in contrasto tra loro. Il gruppo di Derna neanche Gheddafi lo toccava, e sono 20 anni che si prepara per questo momento. Chi comanda in Libia sono le tribù. Per sapere cosa succede in Libia occorre conoscere i loro capi e le loro intenzioni.

E noi sappiamo cosa vogliono le tribù libiche?
Ho ragione di supporre che i nostri servizi di sicurezza abbiano contezza di quello che sta avvenendo in buona parte del paese. Proprio perché i rapporti non si inventano da un minuto all'altro, il nostro paese conosce la Libia meglio di altri.

Meglio degli americani per esempio?


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