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GUERRA IN LIBIA/ L'Isis può riuscire dove Obama ha fallito

Pubblicazione:lunedì 16 febbraio 2015

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Il già complesso contesto libico si è poi ulteriormente aggravato dalla scorsa estate da quando, dopo le elezioni del giugno 2014, il paese risulta diviso tra due parlamenti e due governi che, però, in realtà godono di una scarsissima legittimità, limitandosi al controllo di parziali zone del territorio. Da un lato il governo laico formatosi a seguito delle ultime elezioni, riconosciuto dalla comunità internazionale ed "esiliato" a Tobruk, dall'altro il governo ombra di Tripoli, guidato da Omar al Hassi, connesso con variegate forze islamiste tra le quali ha una forte preponderanza il partito legato alla Fratellanza musulmana libica. 

Le rivalità tra i due governi, che hanno spaccato in due la Libia con violenti scontri in varie zone nevralgiche del paese, non hanno fatto altro che spianare la strada all'ascesa dei gruppi jihadisti, abili, si sa, nello sfruttare il vuoto di potere che permette loro maggiore libertà di movimento. Così, ampie zone dell'ex Jamahiriya, soprattutto nell'est e nel sud, sono finite sotto il controllo di forze dichiaratamente jihadiste come Ansar al-Sharia o altri gruppi radicali che dichiarano la propria appartenenza all'Isis. E' il caso di Derna, città costiera di circa 100mila abitanti, dallo scorso ottobre roccaforte libica dello Stato islamico; ora, stessa sorte potrebbe essere quella di Sirte e di altre città del paese.

A conti fatti, dunque, sembra che "lo scenario del terrore" si stia allargando anche alla Libia. Le ramificate milizie dell'Isis hanno così reso più complesso il già intricato risiko geostrategico della guerra, non più circoscritta all'area iracheno-siriana ma, ora, anche alla Libia. Inutile negarlo, lo scenario libico ha una valenza decisamente diversa per l'Italia, sia perché pensare allo stato islamico a 200 miglia marine dalle nostre coste è un'ipotesi capace di far scorrere almeno un brivido lungo la schiena anche al più distratto degli osservatori, sia perché proprio le coste libiche sono il principale luogo di partenza delle migliaia di disperati che tentano di raggiungere l'Italia e tra questi potrebbe nascondersi, senza troppe difficoltà, anche qualche boia del califfato.

La situazione, dunque, è quanto mai delicata e di non facile soluzione e, questa volta, tocca all'Italia smuovere le cancellerie europee,  forse fin qui un po' distratte o impegnate su altri fronti, come quello ucraino. Ma in Libia, come negli altri territori in mano alle milizie dello stato islamico, l'emergenza deve essere risolta obbligando, nel minor tempo possibile, tutte le rappresentanze a sedersi a un tavolo allargato, senza dimenticare che esiste una coalizione anti-Isis voluta e guidata dagli Stati Uniti di Obama che, seppure tra alterni successi, continua ad operare in territorio siro-iracheno. Forse, e paradossalmente, il califfato islamico, costruendo un puzzle di nemici sempre più ampio, potrebbero riuscire in ciò in cui il presidente Obama ha fin qui parzialmente fallito: creare una coalizione unitaria e pronta a scendere in campo per combattere il nemico, ora come non mai "alla porta di casa".



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