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GUERRA IN LIBIA/ L'Isis può riuscire dove Obama ha fallito

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E' di pochi giorni fa l'annuncio dell'ambasciata italiana a Tripoli che ha invitato i nostri connazionali ad abbandonare "temporaneamente" il Paese (ieri è cominciato il rimpatrio, a bordo di una nave scortata dalla Marina militare). Ma il vero timore che ha messo in allerta anche il governo Renzi è che a rischiare non sono soltanto gli italiani che vivono in Libia. Sirte, ora in parte sotto il controllo dello stato islamico, dista solo 450 chilometri dalle coste siciliane e, secondo dichiarazioni apparse on line, i jihadisti non avrebbero alcun problema nel far arrivare una manciata di missili Scud in territorio italiano. Il ferale annuncio di guerra si fa ancora più realistico se si pensa che, secondo l'ex premier libico Ali Zeidan, la fascia costiera del Paese africano potrebbe in breve tempo essere completamente in mano alle milizie della jihad.

L'Italia, questa volta, è al centro del mirino tanto che il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha dichiarato che "il nostro paese è pronto a combattere in Libia nel quadro della legalità internazionale". Si fa sempre più lontana e anacronistica dunque la speranza delle Nazioni Unite di sostenere una mediazione tra le diverse forze che dopo la caduta di Gheddafi hanno preso piede nel paese, mentre si fa sempre più concreta la necessità "di dover fare qualcosa di più". Un "qualcosa di più" che, anche da un punto di vista diplomatico, forse avrebbe già dovuto essere stato fatto, proprio per evitare che la situazione degenerasse fino a questo punto.

Giova ricordare, infatti, che, dopo la caduta di Gheddafi, la drammatica situazione in Libia è stata spesso sottovalutata e liquidata come "il caos libico", uno Stato-non Stato, diviso tra bande di miliziani — si parla ancora di circa 130mila combattenti — che mai hanno riconosciuto la legittimità del governo eletto. La profezia del Colonnello sembra essersi tristemente avverata e dal quel lontano ottobre 2011, quando il rais è stato catturato e ucciso, centinaia di milizie hanno riempito i loro arsenali, facendo razzia di tutti i depositi di armi dell'ex regime, in barba agli appelli al disarmo del parlamento post-rivoluzionario. 

D'altra parte, in un paese governato per ben 42 anni da un regime orwelliano come quello del Colonnello, senza partiti politici e istituzioni, aspettarsi una "transizione democratica" pacifica sarebbe stato quanto meno utopico. Così come sarebbe stato ingenuo credere che nel puzzle libico, formato da una miriade di tribù per lo più armate, sarebbe stato possibile, senza il supporto concreto della comunità internazionale, dare vita ad un reale processo di nation building per tentare di creare, da zero, una nazione con spirito unitario.


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