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GUERRA IN LIBIA/ Samir: il Vaticano ha ragione, l'Onu intervenga subito

Il cardinal Pietro Parolin (infophoto) Il cardinal Pietro Parolin (infophoto)

Al-Sisi ha mandato un messaggio chiaro non solo all’Isis, ma anche a tutti i movimenti islamisti che si trovano in Egitto. Nello stesso tempo il Cairo ha dimostrato che è capace di reagire militarmente. Quasi tutti sono pronti a condannare l’Isis a parole, ma poi nessuno è disposto a muovere un dito. E’ stato molto utile che Al-Sisi invece abbia detto: “Non taceremo, e se sarà necessario faremo nuovi raid”.

 

In che modo è possibile superare le divisioni tra le tribù libiche?

E’ molto difficile ristabilire l’armonia tra le tribù, perché non c’è più un leader forte e riconosciuto. Sotto la dittatura di Gheddafi non c’era libertà politica ma quantomeno sicurezza. L’unione tra le varie tribù è stata garantita soltanto dalla presenza del Colonnello. Non appena quest’ultimo è stato eliminato su iniziativa della Francia, il Paese è caduto nel caos. Il punto è capire quale possa essere il male minore.

 

L’alternativa è tra la dittatura e il caos?

La vera domanda è come passare da un sistema dittatoriale a uno semi-democratico, fino ad arrivare a uno più o meno democratico. Il problema è che l’Isis si appoggia totalmente ad alcuni passi del Corano e alla tradizione islamica. Quando sento dire ai miei amici musulmani che tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’islam, non sono d’accordo, perché in larga parte si trova nel Corano e negli Hadith (la raccolta di detti attribuiti a Maometto, ndr).

 

Come se ne esce?

Il buonsenso dovrebbe far comprendere che queste pratiche non si possono applicare oggi. Eppure l’insegnamento attuale nelle facoltà di teologia islamica come Al-Azhar al Cairo parte da una lettura del Corano che è letteralista e fondamentalista, secondo cui il testo sacro dell’islam non è semplicemente ispirato bensì dettato da Dio, che “è disceso su Maometto dal Cielo”. Ci vuole una vera rivoluzione ermeneutica. A questo punto, ho sperimentato personalmente che noi cristiani arabi possiamo aiutare gli amici musulmani a fare questo passo, avendo dovuto farlo spesso noi stessi.

 

(Pietro Vernizzi)


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